Conversations with the Dead



È un'opera molto suggestiva quella dell'americano Irving Gamboa, Conversations with the Dead (Usa, 2016, 4'), film girato in 16mm, che gli permette una certa manipolazione della materia, attua a creare quelle suggestioni che fanno da trama - in senso ampio - al cortometraggio, materia che sarà anche ciò che gli permetterà, probabilmente anticipando la stessa volontà creatrice del regista, di aprire alla formazione del legame tra la visione e la morte stessa. Queste conversazioni con la morte sono di una natura particolare, non appartengono ai discorsi quotidiani sulla morte, una morte che è sempre di tutti - gli altri- e quindi di nessuno, una morte banale, evento che accade semplicemente e da cui si fugge via, ma sono conversazioni silenziose. Il cortometraggio però inizia con le parole di William S. Burroughs, tratte da Ah pook is here, le uniche che si sentiranno durante il film e che non contraddicono la particolarità di queste conversazioni silenziose: Irving Gamboa necessita della parola per poi toglierla, renderla inutile e sostituirla da quel rumorio angosciante che parlerà solo attraverso simboli, antichissimi, come quelli letti sui tarocchi, la cui carta del diavolo continua a ripetersi e rendersi molto più evidente rispetto alle altre, come quella della morte. Non a caso Gamboa utilizza dei simboli che tradizionalmente sono legati alla morte e lo fa non solo perché della morte non si può parlare, se non in maniera inautentica, ma anche perché di questa morte non possiamo che averne qualche traccia che rimanda a dei significati i quali sono, per loro stessa natura, ambivalenti. Certo, i simboli di morti incutono timore, ma lo incutono agli uomini incauti, che non sanno leggere, o meglio vedere, e nonostante ciò Gamboa non intende per nulla evidenziare il risvolto positivo che possono avere certi arcani, come la necessità di una fine per un nuovo risveglio, la primavera dopo l'inverno, eccetera. Gamboa ci sembra piuttosto voler mettere di fronte a noi stessi proprio la morte come angoscia umana e per farlo le restituisce per prima cosa la sua tradizione simbolica, quella che non sappiamo leggere perché non ci appartiene più, che non fa più parte dei nostri significati, che non ci guida più durante il nostro interpretare il mondo se non nella pazzia, quella pazzia che parla ancora per universali e che con ogni probabilità rinchiudiamo e se non lo facciamo, sarà solo perché è una pazzia tutto sommato buona, che più di tanto non esce dagli schemi - sommato il tutto, appunto. Continuamente riproposti, questi simboli di morte si perpetuano nel loro silenzio, non ci dicono più nulla e allora il tentativo di Conversations with the Dead ci sembra essere quello di una conversione verso un silenzio in qualche modo più sincero, che tenta non tanto di recuperare, ma quanto meno di legare questa simbologia incessante alla visione. Infatti, non sono tanto i simboli ad essersi svuotati, o meglio, non si sono solo svuotati, ma non ci danno più alcuna immagine e allora ecco il risvolto positivo: la morte del loro universo simbolico rende possibile la disgregazione della materia-pellicola come decostruzione non solo del simbolo, ma anche dell'immagine, il che, paradossalmente, porta alla possibilità della visione, una visione che appunto non ha bisogno di rimandare a significati ma significa qualcosa di per sé. E cosa significa? Suggestioni, appunto. Queste immagini non hanno bisogno di un collegamento con il nostro mondo, di essere a noi presentate e riproposte nella mente, ma perché, soprattutto, il cinema fa a meno di questo, non può solamente collegamenti col mondo che viviamo e in questo è forse più vicino a noi di quanto pensiamo, anche se non spazialmente. 


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