38 River Road



Ci eravamo recentemente lanciati in un primo discorso sul cinema di Josh Weissbach con 106 River Road (USA, 2011, 6'), durante il quale si cercava di rendere quell'intimità ritrovata e ridata grazie al cinema, che riusciva a farsi spazio e ad emergere così da una narrazione asettica, appartenente alla burocrazia statale, la quale modella in varie forme tutta la nostra vita. Lì il discorso sussisteva in un'unica immagine, protratta e coperta via via, nella quale quelle stesse oscurazioni della casa, che si andavano a creare sempre più, erano dati dallo stesso piano in cui si inscriveva l'immagine. Non semplice pellicola che viene disturbata nella sua visualizzazione del film per estetizzare il discorso cinematografico quindi, bensì urlo del cinema che si insinua nelle scartoffie quotidiane e, di conseguenza, negli affari privati e privatizzati. Un cinema che potremmo dire nasconde e fa di questo il suo modo di creazione dello stesso. A questo film succede 38 River Road (USA, 2016, 7') e la sua successione è sconnessa, nel senso che non ne dipende, e tuttavia ravvisiamo una traccia di 106 River Road, la quale non dà appunto un ordine di tipo temporale alle visioni (prima bisogna vedere questo e poi quello e poi quell'altro ancora che si ha ancora da fare), ma fa dell'ultimo cortometraggio di Weissbach un qualcosa di ancor più spesso, quasi ad aggiungersi, quasi a creare più strati. Questi ultimi tuttavia permangono anche se risulteranno per forza scombinati, di nuovo, non creati per essere intesi come in successione, bensì è come se si ingrossassero tra di loro, in una compenetrazione che non ha nulla di intellettuale, astratto, ma vive proprio e nonostante tutto attraverso il tempo, diverso certamente da una mera considerazione di tipo cronologico e che abbiamo infatti poc'anzi rifiutato di considerare. In 38 River Road si tratta dunque di ritornare a quel concetto di affari privatizzati e cercare non tanto una falla teorica o pratica alla cosa, una scappatoia, quanto piuttosto di ricercare il cinema lì dove questo è rifiutato, perché, in questo caso, nel rifiuto del film - non tanto del cinema in sé - ci sta la possibilità stessa del cinema. Questo rifiuto si sente dalla voce, ma c'è in altro modo un accoglimento proprio dalle immagini, le quali non fanno che rimandare a qualcosa di tanto intimo quanto spontaneo, che non si dà nel suo semplice contenuto, ma emerge da esso, in un tentativo di mostrare quanto i cosiddetti affari privati (anche se non menzionati nello specifico, li apprendiamo come tema dalle telefonate, solidificandosi così in qualcosa di generale e vicino a noi, capiamo di cosa si tratta nonostante non sappiamo di che si tratta nello specifico, ci riguardano da vicino) non costituiscano se non una parte della persona. Come dicevamo, aleggia attraverso la voce quindi questa parte a noi molto vicina, che ha a che fare in qualche modo con un'idea dello spazio, quasi ci fosse un confine che delimitasse le nostre cose e ciò che ci riguarda e interessa. Ma c'è un'altra vicinanza che sentiamo durante 38 River Road e questo nello scorrere delle immagini, una vicinanza che continuamente si sottrae, non si dà nell'immagine, non si concretizza in essa, una vicinanza di cui non riusciamo a parlare, che non riusciamo nemmeno ad afferrare e che tuttavia echeggia. Forse nemmeno le immagini afferrano propriamente tutto ciò, ma sono condizione per avvicinarci al cinema, soprattutto nel momento in cui non riusciamo ad arrivarci da soli - e non ci arriveremo in effetti mai - ma copartecipiamo all'avvenuta di qualcosa che Weissbach tenta di cercare grazie alle persone a lui più vicine. Se le immagini sono condizione però non è detto che siano sufficienti come è vero che non bastano determinati effetti per creare il cinema: ecco allora che l'opera che si sta compiendo di Weissbach annuncia tutto il suo più grande effetto proprio in questa sua riuscita, anche se manca continuamente e tuttavia va bene così.


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