The traditional day for eating grilled eel



Il cortometraggio di Joel Schlemowitz, The traditional day for eating grilled eel (Giappone, 2015, 6'), mostra qualcosa al di là degli articoli censurati dei giornali giapponesi. Mostra, appunto, come non solo ci sia un oscuramento da parte dello Stato su certi argomenti, ma come ci possano essere immagini che scavalchino tale censura, che sono contro il velamento di certe immagini, quest'ultime perciò non saranno più di Stato e mostreranno una protesta che gira per il mondo, anche se si tratta di una protesta non tumultuosa (e forse anche per questo si mostra con più facilità, perché, tolto il Giappone naturalmente, il cortometraggio è stato presentato in vari festival ed è stato inoltre parecchio apprezzato). Da una parte ci sono i racconti giornalistici sulla giornata dell'anguilla grigliata - e lo sappiamo come i giornali facciano il gioco del potere - mentre dall'altra ci sono le immagini riferite allo stesso giorno e che non appartengono allo Stato, taciute da esso ma che comunque possono essere riprese (a differenza delle immagini di una rivoluzione, in quanto non c'è immagine qui - come avremo modo di vedere più avanti). Il cortometraggio di Joel Schlemowitz non si vuole sostituire in questo senso ai giornali, perché, nel momento in cui lo facesse, si verrebbe a perdere qualcosa, ovvero il lato non informativo della pellicola e proprio del cinema. Certo, ora veniamo a sapere di certe dinamiche che prima nello specifico non conoscevamo e in questo senso siamo arricchiti di informazioni, ma ciò che vediamo non ha valore informativo, comunicativo, nel mero senso di trasmissione di un messaggio ad altri. Se The traditional day for eating grilled eel vale è soprattutto per aver ripreso qualcosa che andasse al di là dell'informazione appunto, che è sempre di Stato, in quanto informa il cittadino e nel suo informarlo lo incuriosisce e lo fa sentire informato del mondo, ovvero partecipe e sappiamo che si tratta di una partecipazione di tipo passivo - come del resto risulta in ogni democrazia indiretta che si rispetti. Ma senza andare troppo in là con i pensieri, che esulerebbero da un discorso sul film in questione per farsi mera politica, quello che ci sembra fare Joel Schlemowitz concerne una restituzione, almeno parziale, a un racconto mancante. Ciò che accade per lo Stato costituisce la storia della nazione, ma ci sono delle caselle mancanti in ogni storia e tali caselle la costituiscono esse stesse questa storia e sebbene ora non si possa dire davvero di non poter conoscere certe informazioni, se ne può però sfuggire, come si può sfuggire dalle immagini di Stato, ma questa fuga la si attua non tanto andando a ricercare altre immagini che ci informano, ma con un certo tipo di cinema che esula appunto dall'informazione medesima. Se il cortometraggio di Joel Schlemowitz ha valore ce lo ha come atto cinematografico di fuga estrema, ma non fuga dal reale per entrare nel cinema ma fuga dallo Stato, dall'informazione statale, per entrare nel cinema. Certo, anche questo può subire delle censura e infatti il cortometraggio non ci sembra fermarsi a questo livello. Essere nel cinema non è cosa scontata, nel senso che il film non si potrà limitare a constatare la veridicità dell'evento tramite prove visive a fatti taciuti, ma questo perché il cinema si muove in modo diverso rispetto al giornalismo che va al di là dell'informazione di Stato, foss'anche questo giornalismo indipendente. Con questo intendiamo dire semplicemente che Joel Schlemowitz non voleva solo dare visibilità, ma voleva anche togliere qualsiasi stratificazione al gesto registico di filmare ciò che esula dall'apparato statale e, quindi, nel togliere strati all'immagine, non certo la purifica, ma tenta di mostrare l'evento in sé. Tuttavia non mostra senza tralasciare un certo tipo di messaggio, perché qualcosa lo veniamo a sapere, qualcosa si muove a livello di trasmissione di informazioni, Schlemowitz non sta semplicemente seguendo la corrente, come Margaret Rorison in One document for hope (USA, 2015, 7'), e tuttavia Joel Schlemowitz immanentizza il suo gesto, il quale quindi andrà al di là del mero riconoscimento dei fatti e del film stesso in altre nazioni. Schlemowitz cerca così di restituire un'immagine che è stata sottratta dallo Stato e restituendola la dà al cinema, rendendola finalmente sullo stesso piano di un reale che era stato derubato.


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