Simulacri #23: The adventures of the exquisite corpse, part IV - Charmed particles


Avere avuto la possibilità di vedere questo fondamentale film di Andrew Noren, The adventures of the exquisite corpse, part IV - Charmed particles (USA, 1977, 78'), non è una cosa da poco, e anzi per noialtri che siamo confinati ai margini del cinema sperimentale, e cioè noialtri italiani, una chance simile è, con ogni probabilità, direttamente proporzionale al valore dell'opera stessa, quindi questa recensione non può che iniziare con un ringraziamento particolare a chi l'ha portato in Italia: Rinaldo Censi. Detto questo, che cos'è Charmed particles? In effetti, Charmed particles non è definibile a dovere nella maniera in cui lo si concepisca nella sua unità, poiché allora bisognerebbe parlare quasi di un diario, di un film intimo e personale, incentrato sulla quotidianità, eppure, stando a questa definizione, è palese che, anche solo restando a una prima impressione, essa non possa e non riesca cogliere né l'importanza dell'opera né, tantomeno, l'opera medesima, la quale si fa confà piuttosto a una sorta di autoreferenzialità originaria e fondante, un'autoreferenzialità realmente performativa - e performativa a posteriori. In questo senso, la forma-diario è quantomai lontana da quella che potrebbe essere espressa in diverse opere dell'epoca, come ad esempio Walden: Diaries, notes, and sketches (USA, 1969, 180') di Jonas Mekas e Diaries: 1971-1976 (USA, 1982, 200') di Ed Pincus o, più tardi ma con una sensibilità piuttosto affine, Five year diary (USA, 1981-1997) di Anne Charlotte Robertson, e anzi essa (e questo è quantomeno curioso, almeno secondo il sottoscritto) è molto più vicina a opere più recenti, meno diacritiche ma altrettanto familiali e intimo-quotidiane, come 50 feet of string (USA, 1995, 27') di Leighton Pierce o i lavori in interno di Shiho Kano, per esempio Rocking chair (Giappone, 2000, 13'), da cui pure, beninteso, si discosta ampliamente, sebbene rimanga, in ultima e definitiva istanza, una sensazione, se non di vicinanza, quantomeno di comunanza affettiva. Infatti, la forma-diario, lungi dal saturare o, peggio ancora, esaurire l'opera di Andrew Noren, deve più che altro essere considerata un'amartia. Come amartia, la quotidianità non è tanto espressa dall'opera o attraverso di essa, bensì viene come da sfondo, riesce come sfondo: lo sfondo di Charmed particles è la quotidianità. Il che significa: la quotidianità, di fatto, non si dà, poiché nel momento stesso in cui viene a darsi essa si ritrae. Cosa si dà, dunque, nell'opera di Andrew Noren? Ebbene, in essa si dà la luce. Ovvero il cinema. L'iscrizione della luce sulla pellicola è l'evento cinematografico per definizione. L'evento cinematografico è l'avvento della luce sulla pellicola, ma questa luce - e questo sarà ovvio anche all'occhio più disattento - non è mai tale, non è mai una luce, un datum oggettivo come possibilità di visibilità degli oggetti. Gli oggetti esistono anche senza luce, ma confondere la luce con la visibilità, quasi che questa venisse a darsi per sottolineare la soggettiva attraverso cui possono essere visti, cioè esperiti o dati gli oggetti come, appunto, visti e dati, è banalizzante e totalmente fuorviante. Ed è qui che si gioca la partita di Noren, almeno in The adventures of the exquisite corpse, part IV - Charmed particles. Non si tratta di rendere visibile la luce, di rendere concreta la luce. Anzi, la luce resta in quanto invisibilità - e rende come tale. Il punto è un altro. Ed è, precisamente, rendere o restituire non l'informazione della luce, quindi l'oggetto quale si dà nella sua visibilità, l'informato della luce, bensì la luce come informazione. L'informazione è la luce, la luce è informazione. In questo senso, il focus non è posto su ciò che viene informato, ciò che viene illuminato; l'accento è piuttosto posto sull'informazione medesima, ovvero la luce. È per questo che la quotidianità non si dà se non come sfondo, in Charmed particles. Poiché essa viene sfondata dalla luce. Che è a sua volta sfondo, ma questa volta in una maniera diversa, in un'accezione heideggeriana. La luce è sfondo poiché l'informazione non può essere data se non come ciò cui rinvia l'informato, l'oggetto illuminato. Seguendo Simondon, diciamo che l'informazione non si dà, è sfondo. Ma sfondo in senso heideggeriano, come senso dunque. Senso che è sfondo continuamente ritraentesi nel momento in cui contestualizza qualcosa. La quotidianità è data dalla luce, è essa stessa un informato. Tale informato, tuttavia, non si dà nei termini della semplice presenza, anzi viene propriamente inserita in un quadro dinamico la cui dinamicità è data dall'informazione, cioè dalla luce, medesima. Così come la luce dà il colore ma il colore, pur nella variazione dello spettro gamma, non dà la luce, non esaurisce la luce, la radiazione luminosa non viene a darsi in Charmed particles se non come differimento ultimo del film. La quotidianità, in questo senso, è amartia nel momento in cui è pretesto d'agone, agone della luce. Andrew Noren mostra che non solo, banalmente, il quotidiano, con le sue estensioni, i suoi oggetti etc., è dato dalla luce, ma che esso può anche dare il quotidiano. L'immagine di Charmed particles non è diaristica nel momento in cui è continuamente protratta dalla luce - e disfatta da questa, questa è universale, panica, univoca, nient'affatto soggettiva ma soggettivamente variante, quindi variazione della soggettività. E questo disfacimento è una creazione, un'ulteriorità. Si tratta, cinematograficamente, di squarciare il quotidiano e la sua banalità. Di rendere effettivo il gesto luminoso. Di differire non la luce ma il quotidiano. Di attraversare il quotidiano attraverso la luce si dà far emergere, nel quotidiano, la luce, quel qualcosa ad esso ulteriore che è la possibilità del quotidiano medesimo, sua morte come possibilità ultima e più propria. Ed è in questo che un'opera simile è molto più affine a quelle di Kano e Pierce, perché allora si mostra come sia possibile guardare, esperire altrimenti il quotidiano. Cinematograficamente, il quotidiano è solamente un qualcosa che sussiste e insiste per differire a qualcosa d'altro, a esso ulteriore. La luce. Come se il quotidiano altro non fosse che un pretesto per poter avere del cinema, come se il quotidiano non fosse un'invenzione atta ad evocare il - e quindi a ricondurre al - cinema, come sua ulteriorità ma anche suo senso più proprio, lato autentico (il cinema) di un'inautenticità (il quotidiano) che è tale solo qualora non rinviasse a quest'ulteriorità autentica che lo certifica e lo precede continuamente.

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