Silver


Avevamo già incontrato Allan Brown con il cortometraggio Mist (Canda, 2015, 5'), di cui avevamo nello specifico apprezzato una visione di tipo ecologista, molto vicina alla Terra e alla sua voce, che non si rifaceva per nulla e non scadeva in una propaganda di tipo moralista e populista, ma ricercava appunto di cogliere quell'evento che non ha a che fare con un semplice accadere o con ciò che semplicemente spezza lo scorrere tranquillo dell'esistenza, ma piuttosto cerca di ascoltare quell'eco che a volte ritorna dalla Terra medesima. Silver (Canada, 2016, 61') si inserisce nella filmografia di Brown in modo non convenzionale e, perché no, coraggioso, non fosse altro per il fatto che si tratta di un lungometraggio, i quali sono sinceramente meno facili da gestire, soprattutto se sperimentali, e di cui possiamo trovare solo rari esempi che valgano davvero la pena di essere menzionati - almeno recenti, si intende, occupandoci ormai noi di recensire prevalentemente questi - come ad esempio la grande opera di Paul Clipson, Hypnosis Display (USA, 2014, 75'). Silver ha una sua consequenzialità, un uomo vuole recuperare suo padre dall'ospedale per liberarlo, e tuttavia tale carattere risulta continuamente disturbato, non fa che smarrirsi, non fosse altro per quelle continue piccole aperture, anche se forse sarebbe meglio parlare di qualcos'altro, in quanto un'apertura ci rimanderebbe a possibili vie in altri spazi, in altre «storie», in altre immagini che possono dipanare da queste aperture, come se il lungometraggio potesse espandersi continuamente. In effetti si sente e c'è una sorta di espansione, ad esempio la scatola non sembra essere un qualcosa di chiuso, ben delineato, con confini certi, ma nel suo essere il dentro di un altro dentro - quest'ultimo è il mondo del personaggio, che rappresenta già esso un altro fuori che chiude a un altro mondo, il nostro, ma che si presenta non tanto differente ma bizzarro, non tanto propriamente un altro ma piuttosto folle, diversamente arbitrato - quando il dentro della scatola viene aperto, non riusciamo a intenderlo così e questo al di là della logica. Nonostante vediamo una scatola e soprattutto nonostante la nostra organizzazione del mondo, che è ben salda, ben strutturata, questa non è sentito tanto illogica, limitata, insufficiente, perché non si tratta ancora una volta di porre uno straordinario rispetto a un ordinario, in quanto, mentre guardiamo Silver, apparteniamo già a qualcos'altro e il resto sentiamo non appartenerci più. Con questo si potrebbe scadere nel film come spazio e tempo nuovi, altri, in cui poter esperire qualcosa differentemente e anche se considerato immanente al nostro spazio e tempo, risulterebbe comunque qualcosa di alieno, straniero o semplicemente relegato in un recinto da visitare e visionare ogni tanto, anche se non alla maniera di un passatempo spensierato, quantomeno come se fosse un intervallo. Ecco allora che a forza di procedere per negazione, a forza di dire cos'è Silver, ma soprattutto cosa non è, ci si perde in considerazioni che non sono tanto sbagliate, sono necessarie per vivere e sostenersi, almeno entro un certo livello, ma non ci fanno cogliere quel suo modo che ci fa rapportare al film. Non stiamo di fronte a uno schermo come ci staremo guardando un film fantascientifico a caso, quale può essere quella serie di banalità godardiane che riguardano Alphaville, di cui non esperiamo la minima dissonanza rispetto al nostro quotidiano, metafora già morta in partenza: nello specifico di Silver non sarebbe appropriato dire di essere alienati, ma il film è pieno di alienazioni, che non sono semplici aperture in cui poter spaziare, perché rimaniamo dove ci porta il film, ma esperiamo in modo alieno. Ancora però, non è immedesimazione o viversi il film, non sono fughe dalla realtà e tanto meno l'ennesima riconduzione di tutto a esperienza, ma fa parte di un modo di vivere altrimenti, che soprattutto in Silver non fa che darsi in continui piccoli echi, silenziosi come pesci..


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