Le Pays Dévasté



C'è questa dimensione forte dell'inospitale in Le Pays Dévasté (Francia, 2015, 11'), che non si risolve mai e in fondo non c'è nemmeno motivo affinché essa si risolva... comprendere in cosa poi mai possa farlo, non lo sa e non lo ritiene importante neppure il regista, Emmanuel Lefrant, e probabilmente è una delle cose di maggior pregio del cortometraggio francese, la cui chiusura del film risulta essere piuttosto uno strascicarsi di tutto ciò che è stato, che ti rimane quasi rimbombante in testa e destabilizza la tua percezione spaziale del momento. In Le Pays Dévasté se l'inospitalità è del luogo, del mondo intero in fondo, non è per una natura maligna o che dobbiamo sopraffare per sopravvivere e non è nemmeno seguita da una delineazione di causa-effetto, che, inevitabilmente, pone al suo interno un inizio di spiegazione, oltre che descrizione, e quindi una possibile delineazione di soluzioni a un presunto problema multidimensionale. È l'inospitalità dell'Antropocene, ci dicono e suggeriscono, e questo è evidente nonché reiterato in tutto il cortometraggio, certo, ma dell'Antropocene come concetto e di tutto ciò che ne deriva e si può delineare intorno, non ce ne è traccia, così come invece suggeriva fortemente un altro cortometraggio sperimentale recente, A film, reclaimed (Brasile, 2015, 19') di  Ana Vaz e Tristan Bera, dove, oltre a ciò, si trattava sostanzialmente di rendere politico un atto cinematografico che, al di là del contenuto, differiva la propria immagine al di là della stessa immagine mostrata. Le Pays Dévasté, in questo senso, quasi possiamo dire scomponga e destrutturi le immagini, ma non verso il difficilmente riconoscibile, piuttosto il paesaggio si mostra senza maschere o filtri e per farlo ne aggiunge e modifica anche ancor di più le immagini, al punto in cui, anche gli sprazzi non modificati, ci sembrano provenire da un paesaggio alieno. Nella distruzione di connotati standard delle immagini, Emmanuel Lefrant non fa che mostrare una dimensione dell'ambiente, quella che non solo e non tanto ci sembra inospitale, ma anche quella che non si lascia vedere, perché, in fondo lo sappiamo bene, l'ambiente resiste al suo malessere e i suoi sintomi non si lasciano vedere se non a un uomo sapiente di mille anni. Il luogo di Le Pays Dévasté è un luogo inventato, ma non nel senso di inesistente o impossibile da vedere, da farsi, quanto un luogo che non si dà a noi nella nostra realtà, ma vive appunto nella mente di quelli che chiameremmo visionari. Se tali visionari non vedono tanto con gli occhi ma attraverso le loro visioni, ecco che il cinema non si sostituisce agli occhi ma diventa quegli occhi. Non tanto possiamo dire quindi che il nostro sguardo ne esca trasformato e veda alla maniera di Le Pays Dévasté, se una maniera precisa si possa definire, e in fondo perché no, ci sono delle reiterazioni tecniche e tuttavia la maniera del cortometraggio non sta nella tecnica quanto piuttosto nella sensazione che invoca, ma la sensazione invocata non sta nel soggetto che vede il cortometraggio, come dipartita da lui, visione dal soggetto all'oggetto al di fuori di lui, ma è qualcosa che più propriamente sta al di fuori, se proprio vogliamo tracciare dei confini e parlare di un dentro e un fuori. Ma stando lì, in questo teorizzato fuori, lo stesso fuori attornia il soggetto e lo comprime e comprimendolo diventa lo stesso soggetto, in modo da non poter più tracciare un confine tra il luogo cinematografico e lo spettatore. Ecco gli occhi del cinema, ecco che la tecnica entra non tanto a servizio dell'uomo, o almeno, non solo, ma dentro lo stesso, e in fondo non c'è tanto da definire o da porre barriere tra cinema sperimentale e chi lo guarda quando si tratta di quello che abbiamo appena tentato di descrivere. Ma se non si può più tracciare un confine tra luogo cinematografico e spettatore, non lo si può tracciare nemmeno tra luogo e soggetto e se c'è appunto una cosa che entra nell'esperienza è proprio questa impossibilità, mostrata anche in altri film, come Skagadjördur (USA, 2004, 33'), che, seppur diversamente, accoglievano il soggetto, il quale non si poteva più porre come tale, divenendo lo stesso sguardo che spaziava i luoghi, che si incarnavano in esso e, insomma, Le Pays Dévasté lo fa in maniera del tutto diversa, appunto nel modo dell'inospitalità e allora non possiamo che sentirci contriti guardando questo cortometraggio, ma non perché la coscienza ci parla, ma piuttosto perché siamo noi stessi il nostro sguardo e i nostri luoghi, il che, basterebbe saper ascoltare, lo dovremmo già sapere. Non un cinema della coscienza, non un cinema che ci insegna qualcosa, che ci aiuta a far terapia, quanto piuttosto un cinema che ci indemonia e nel farlo non chiediamo e aspettiamo assoluzione ma viviamo tale demonizzazione. 


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