Fraction Refrain (for Loeser, Evans & Snow)


Fraction Refrain (for Loeser, Evans & Snow) (Canada, 2014, 5') è un'opera di cinema sperimentale, e lo è nel senso più rigoroso del termine, cioè in quanto gesto tecnico; come gesto tecnico, infatti, l'opera di Christine Lucy Latimer non solo nasce ma anche si protrae, e ciò non significa solamente che essa debba essere pensata all'interno di un sistema, quello tecnico appunto, che è tale nel momento in cui si disfa di qualsiasi soggettività ma anche che l'opera medesima sia tale in quanto centro di soggettività, ed è questo - crediamo - il punto forte di Fraction Refrain (for Loeser, Evans & Snow). La tecnica, del resto, non può essere pensata all'infuori di un fuoco di soggettività che permane in essa come riverbero più estenuato che estenuate, ed è qui che ritroviamo il gesto (di Christine Lucy Latimer) in tutta la sua posizionalità. Tuttavia, questa posizionalità del gesto non è, propriamente, un posizionarsi del gesto: il gesto si posizione nel momento in cui si toglie, è tolto. Il gesto si toglie posizionandosi e si posiziona per togliere. Nei fatti, che succede? Succede che, di fatto, Christine Lucy Latimer ponga dei cocci di vetro di fronte a una videocamera a VHS, e questo è propriamente il gesto. Come si vede, però, tale gesto non è immediatamente filmico se non nel suo lasciare il filmico, cioè nel suo lasciare che il filmico si stacchi da sé, continui indipendentemente. Certo, noi abbiamo la percezione dell'immagine così com'è posta da Fraction Refrain (for Loeser, Evans & Snow) nel momento in cui questo gesto è compiuto, cioè posto, ma tale posizione è per l'appunto ciò che è pre-messo all'immagine medesima, ciò che non può che togliersi affinché l'immagine venga protratta da esso e, subito, si protragga da sé. Non è una semplice questione di forma e sostanza, di potenza e atto; semmai, e molto più profondamente, è questione di una causalità che, nella sua stringenza, viene a essere indefinibile, la cui catena diventa imperscrutabile. L'immagine di Fraction Refrain (for Loeser, Evans & Snow) è, certamente, data dal gesto tecnico della Latimer, ma non si risolve in esso; l'immagine è già altro da ciò che quel gesto ha posto nel suo posizionarsi, ed è quindi l'immagine. Questa immagine, non essendo la risoluzione del gesto tecnico che la pone togliendosi, e non essendo quest'ultimo capace di esaurirsi in essa, è come se diramasse il film, lo sdoppiasse, facendolo essere in tralice tra il gesto figurante e l'immagine figurata. Il gesto tecnico pone l'immagine, ma l'immagine non mostra il VHS, il vetro è trasparente, e la luce, cioè tutto ciò che compone l'immagine, è di per sé e in sé, slegata, almeno visivamente, al gesto che comunque la premette e che essa, in ultima e definitiva istanza, compie disfacendolo. In questo senso, la tecnicità arriva ad essere qualcosa di più, di ulteriore rispetto al film, nel senso che il cinema medesimo viene a comporsi sulla scomposizione di quest'ultima. La tecnica, infatti, premette il film, ma non è affatto condizione di possibilità. La condizione di possibilità è la luce. La possibilità stessa che vi sia del cinema, e tale possibilità non si esaurisce né nel gesto né nell'immagine ma è ulteriore all'uno e all'altra. Così, non soltanto il cinema viene a essere asintoticamente differito rispetto a ciò che è di comune credenza che lo compia o quantomeno lo realizzi - ma lo spettatore con esso. La tecnica, infatti, destituisce la soggettività: la Latimer si trova destituita nel suo essere-soggetto dal gesto che essa compie e da cui cinematograficamente parlando dovremo dire che è compiuta, e contemporaneamente anche lo spettatore, in quanto altro soggetto, si trova a dover destituirsi, quantomeno cerebralmente, in vece di un pensiero a esso altero, il che significa nel suo corpo medesimo, essendo la mente l'idea del corpo. Come voleva Jean Epstein, la macchina da presa ha un'intelligenza sua propria, e il cinema altro non fa che affiorare l'intelligenza di una macchina, il cui pensiero non può che essere totalmente altero al nostro di soggetti. E si capisce allora il riferimento ai registi cui è dedicata l'opera, soprattutto a Snow, forse il più ferocemente tecnico tra i facitori di film sperimentali. Pensiamo, ad esempio, al gesto che precede La région centrale (Canada, 1971, 180'), ma non soltanto, eppure è lì che qualcosa viene disarticolato, che il gesto, cioè il concepimento e l'attuazione del meccanismo tecnico in grado di restituire quella precisa immagine lì, viene a essere altro rispetto all'immagine, che l'immagine medesima non può che differire alla scomparsa del gesto - e il gesto alla comparsa dell'immagine: il cinema è ancora là da venire, e il punto è, precisamente, che a quest'ulteriorità - sia rispetto all'immagine che al gesto - è differito, attraverso ciò che Epstein chiamava l'intelligenza di una macchina, anche lo spettatore, la cui disgregazione psico-corporea riorienta la mente riferendola a qualcosa che non è qui ma là.

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