An ecstatic experience

Si va un po' male a parlare in modo chiaro e non confuso di An ecstatic experience (USA, 2015, 6'), cortometraggio della regista Ja’Tovia Gary, il quale presenta varie stratificazioni e probabilmente è questo che rende complesso il discorso. Ci sarebbe molto da dire e molti punti che possono essere tratti per discutere di ciò che la regista ci mostra e tuttavia dovremmo pensare nello stesso momento anche al fatto che un discorso su un film porta sempre per forza a un suo tradimento, al tradimento del film, derivato da una traduzione che, seppur sia aperta alla discussione, lascia poco spazio al cinema ed è proprio di questo che parliamo, solitamente, quando ci riferiamo al tradimento a opera della recensione sul film. Certo, di discorsi se ne fanno sempre molti attorno al cinema e qui non si tratta della difficoltà di parlare di un qualche indicibile, come anche il titolo vorrebbe evocare. Il punto ci sembra essere piuttosto il fatto che potremmo parlare della lotta dei neri statunitensi e collegarla a una lotta più personale che si rifaccia e che tragga origine dalla prima, come questa trae origine dall'ultima e sì, lo diciamo, è così: durante An ecstatic experience siamo di fronte a un pezzo di storia americana nera e siamo di fronte alla lotta della madre di chi le è sopravvissuto, la figlia e siamo di fronte, con un aggancio quanto meno temerario, alla lotta odierna, che guarda caso è ancora contro chi rappresenta un'istituzione, di cui, sinceramente, non sentiamo più la legittimità o quanto meno la legittimità della sua forza armata e tuttavia, paradossalmente, in altri modi, viene da noi appoggiata. E allora è proprio da questa sorta di base, di sfondo se vogliamo, di contesto, che Ja’Tovia Gary cerca di andare oltre il mero collegamento dei vari strati e ricerca quindi un senso più ampio o, meglio ancora, qualcosa che trascenda il tutto, non per dargli tanto un significato, quanto piuttosto per sentire, o perché ella stessa sente, la lotta resistente nera come del tutto particolare e chiusa, nel senso che è loro e basta. È appunto la lotta dei neri negli Stati Uniti d'America, è la loro lotta. Ma, se proprio di questo vogliamo parlare, c'è qualcosa che la differenzia dalle altre lotte contro un oppressore che vada al di là della storiografia, della lotta in un certo contesto di certi gruppi? o c'è una lotta che, al di là di ciò, è resistenza che, se non naturale, sia oltre le razze e i vari gruppi? Certamente Ja’Tovia Gary non può distanziarsi in modo così spassionato nella sua vita di tutti i giorni, distanziarsi dalla sua appartenenza, non può e nemmeno deve, non ce ne sarebbe motivo, perché, in fondo, incarna la sua e loro lotta, basando il suo film, ci azzardiamo di dire, su tale lotta: non può fare altrimenti nel senso che la vive e vivendo se stessa non può che viverla e autoriferirsi in base a tutto questo. In An ecstatic experience ciò che si percepisce è questa resistenza e il tentativo di collegare e trovare un qualcosa che, non tanto aleggia tra i periodi storici, ma che vada oltre e richiami una certa spiritualità in tutto questo. È un tentativo riuscito ed è riuscito nel momento in cui non tanto percepiamo qualcosa di empatico, perché noi come popolo ne siamo fuori, siamo un altro popolo e abbiamo altre lotte, ma nel momento in cui possiamo trovarci il collegamento, che si palesa e che rimanda necessariamente e visivamente a quell'esperienza estatica che trascende continuamente i periodi di lotta nera americana e che il film stesso invoca palesemente. Siamo di fronte così a un film che nella sua invocazione richiede un nostro orientamento particolare verso il mondo e un nostro sforzo per immergerci in un film, il quale, seppur senza essere autoriale, ci fa oscillare continuamente tra il rimandarci al nostro punto d'appoggio, al nostro mondo e una meditazione e invocazione di trascendenza del tutto orientata e particolare, ma, appunto, orientata in tutt'altra direzione dalla nostra e per questo ci apre ancor di più come persone.  


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