A place I've never been



Si inserisce giusto durante questo periodo vacanziero, estivo, A place I've never been (Svizzera, 2015, 5'), cortometraggio di Adrian Flury, regista svizzero il quale, partendo da posti turistici e relative foto da turisti, ha cercato di cogliere qualcosa che potesse riguardare il cinema, lì dove di cinema non c'è granché. Diciamo così perché siamo convinti della non appartenenza del cinema a tutto ciò che è banale, che riguarda quell'impersonalità propria appunto di quei luoghi che, seppur caratteristici di un Paese, come l'acropoli di Atene, perdono la loro significatività storica, la loro appartenenza a una grande storia, quella che è descritta appena nei libri di scuola e con ciò viene perso tutto quel vissuto che non fa o non dovrebbe che farci ritornare in un nuovo presente: non ci appartiene più e con essa anche tutto ciò che ne è stato, non ritorna, l'abbiamo annientata, definitivamente, l'abbiamo museificata e nulla più. Adrian Flury conosce bene il mondo in cui viviamo noi europei, conosce tutta questa espansione della fotografia digitale, l'imperante attenzione e insistenza su noi stessi, su noi che abbiamo visitato un certo luogo e conosce quanto sia importante scattare a tutti i costi, che ci sia o meno qualcosa da scattare, che l'oggetto si presti o meno e, meglio ancora in questi luoghi turistici, quanto l'oggetto si presti - ad esempio, l'acropoli di Atene - e quanto in fondo possa essere (se non interscambiabile, perché in fondo lo sappiamo nominare, lo sapremmo, forse, riconoscere tra altri) così vagamente conosciuto, vissuto, esperito, da precipitare immediatamente anch'esso, come il lavoro d'ufficio, entro una sorta di routine, un vedere per vedere, una collezione come un'altra nelle nostre vite. Ecco, Adrian Flury conosce tutto questo, ma va oltre la mera critica sociale, partendo proprio da quelle foto, emblema di tutto questo, cerca di metterle insieme, di partire da un'unica veduta e ampliare così tale veduta, cambiando un po' la variazione sul punto di vista, tale per cui la veduta si presta a essere fotografata. Tutto ciò non ha semplicemente valore di ampliamento, anzi in realtà noi non percepiamo molto questo ampliamento, considerando la velocità con cui queste unioni sono date, percepiamo semmai il risultato finale, di cui la fotografia del singolo turista era per ciò solo, grazie al cortometraggio, un risultato finale relativo. Ciò che vediamo è di nuovo il risultato, ma un risultato diverso, perché si dà come insieme di impersonalità, che non hanno tanto il compito di ridare significatività storica al luogo, ma, come insieme, uniscono e insieme distruggono quel luogo turistico, il quale non si dà più così in quanto turistico e quindi borghese ma ritorna a essere per tutti. Il punto quindi sembrerebbe ricostruire quel territorio geografico che, in quanto spazio vissuto e costruito, modificato da noi, è per forza un territorio a noi collegato in un modo che non concerne propriamente l'essere sfondo, quanto piuttosto concerne la nostra unione con esso. Con A place I've never been siamo presenti effettivamente a luoghi inesistenti, ma non perché virtuali, sono inesistenti perché ricollocati, in quanto territori, in una geografia che si fa imminentemente temporale: il digitale così con Flury, staccandosi dalla materialità della pellicola e tutto ciò che la riguarda, si colloca in un posto che non ha valore se non sullo schermo, ma in esso sussiste. Non viene mostrato un luogo che abita un territorio, perché il luogo turistico ha perso qualsiasi valore col tempo che rappresenta, il passato greco, ma è solo ciò che appartiene al territorio. Il cortometraggio quindi ci sembra un tentativo di ridare un ritmo, un tempo al luogo, divenendo così luogo vissuto da singoli che, seppur inconsapevolmente e seppur da turisti, hanno contribuito alla nostra storia col loro passaggio inconsapevole: vediamo il nostro tempo, lo scorrere incessante del mix di foto si fa davanti al nostro sguardo, in luoghi che hanno perso il loro contatto colla storia per farsi luoghi del presente, mettendo così di fronte chi guarda A place I've never been, non tanto il dramma dei nostri tempi, ma il proprio tempo stesso, in un luogo che non abbiamo visitato o vissuto, ma che diventa il luogo in cui poterci cinematograficamente collocare davvero tutti e metterci di fronte così al tempo del nostro mondo.


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