106 River Road



Il tono narrante di 106 River Road (USA, 2011, 6') è quello che appartiene all'analisi giuridica, con la sua freddezza e logica, che elenca e descrive i fatti accaduti ed è proprio infatti questo l'ambito a cui si rifà il regista americano Josh Weissbach per la sua narrazione, ovvero la lettura di un caso familiare divenuto disputa legale. Possiamo anche dire allora che lo sconfinamento sembra solo apparente, questo caso privato, proprio di una famiglia, avvenuto dentro delle mura domestiche, che approda in tribunale. Ma in fin dei conti sappiamo anche come non si possa delineare in modo così netto il confine tra privato e pubblico, o meglio, tra famigliare e quindi qualcosa che sentiamo come proprio, come appartenente la nostra sfera intima - e di nuovo ci viene da usare il termine privato - e qualcosa che risulta esterno, non solo e non tanto in termini di spazio, ciò che si colloca e proviene dal di fuori delle mura domestiche. Risulta infatti propriamente una forza regolatrice esterna, quella che sembra imporsi come non solo al di sopra di noi ma anche estranea a noi e tuttavia fa parte di ciò che abbiamo accettato, con un patto con l'istituzione, quella delega data di fronte a casi che non riusciamo a gestire, a contenere, e che sembrano allora per forza fuoriuscire dalle mura, necessitano di tale regolazione che è cercata o chiamata. È già tutto stabilito dal patto sociale, è nel patto stesso ed è nelle mura stesse: non solo abbiamo i nostri rappresentanti nella vita che possiamo definire pubblica, ce li abbiamo anche in quella privata. Il potere non sarà più quindi - o non lo è mai stato - ciò che imprigiona, che ci imprigiona, servi volontari del regime, ma la prigione stessa, dando così solo la parvenza di confine a occhi che non vogliono vedere. Ed è proprio qui che Weissbach probabilmente entra i gioco, con la sua lettura distaccata e fredda, con il suo non mostrare nulla se non una facciata della casa, che è sempre più frazionata, è sempre meno visibile, sempre più oscurata. Tuttavia è proprio qui che mostra qualcosa, che entra il cinema nelle nostre vite, per fortuna, è qui che viene permessa una visione. Potremmo azzardare a dire che si tratta di un darsi di una visione ai ciechi, i quali non sono tanto coloro che si coprono gli occhi, quelli che non vogliono guardare, ma sono quelli che hanno tante e troppe immagini in testa da non riconoscere più un'immagine o un'illusione dalla realtà, una realtà dell'immagine, quella autentica, che non è altro da sé e che, come insegna La lunghezza di Planck (Italia, 2015, 84'), è sempre differita, non si dà mai. 106 River Road in questo senso è un cortometraggio stratificato, che non tanto ha più sensi e significati, ma che si dà in maniera diversa a ognuno di noi e questo darsi particolare, caratteristico e caratterizzante, ha un significato particolare, che ci riconduce ancora a quel suo appartenere alla famiglia di cui parlavamo sopra. Nel cortometraggio di Weissbach alla famiglia non viene restituita una sua dimensione privata, una famiglia maggiormente famiglia, se così si può dire, perché Weissbach non crede di poter rendere qualcosa che, di norma, nel suo costituirsi a partire da un patto legale - il matrimonio, ad esempio e molto banalmente - non sfugge alle sue logiche, che si radicano e costituiscono gioco forza la famiglia - ancora banalmente, questo si comprende meglio in una logica che non crede nella libertà dei singoli, i quali, non solo si costituiscono a partire e grazie all'altro, reciprocamente, ma sono anche gettati in un mondo che li predetermina e subiscono così il proprio tempo. Weissbach non lo crede e tuttavia con 106 River Road avviene qualcosa che ci fa parlare di un'intimità di toddiana memoria. Tralasciando la diversità delle pellicole che ci dovrebbero far parlare presuntuosamente e ingenuamente di stile di un autore - cosa aberrante per certi registi cosiddetti dell'immanenza - l'intimità presente in 106 River Road è tale da renderci vicini al cortometraggio, che sentiamo quasi come nostro, non nel senso che ci appartiene, nel senso del possesso, ma che riguarda l'uomo, nelle sue fondamenta, le quali, indipendentemente dagli eventi tragici o meno che possono accadere da bizzarri legami tra persone, ci costituiscono e ci portiamo dentro - o fuori - continuamente. Ed ecco qui allora tutto il valore del cortometraggio ed ecco che a questo si compenetra e si rafforza il perché di questa visione che abbiamo chiamato per ciechi, quella facciata che si dà per scomparire e ricomparire e scomparire poi del tutto, quel ritrarsi continuo, quell'immagine che non è più casa, non è più quella casa, sebbene da lì siamo partiti, ma diventa una casa, del Deleuze crepuscolare. Oppure, ancora meglio, è ciò che continuamente rimanda alla casa specifica e continuamente sottrae qualcosa da essa fino a farci sentire davvero quell'intimità propria del cinema, del cinema così come si mostra in questo cortometraggio, un cinema che, se non appartiene alle terapie, più propriamente ci costituisce come uomini: si tratta di ritrovare il cinema lì dove l'umanità sembra scomparire, tra gli incubi e le scartoffie della vita quotidiana, lì dove è stringente, lì dove viene urlato che c'è qualcos'altro, al di là di tutto, al di là sempre dei bizzarri legami tra persone, al di là dei patti, in un continuo sottrarre a ciò che normalmente vediamo e che, probabilmente, è ciò che ci dà da vedere maggiormente.


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