Who goes there



In Who goes there (Regno Unito, 2015, 1') si tratta di mettere insieme il cosiddetto effetto Stroop, scoperto grazie un esperimento di psicologia di John Ridley Stroop e il cinema sperimentale, un cinema che sarà dell'ordine della tecnica, certo, ma che tenta uno sguardo cinematografico e che quindi riguarderà, come detto per Watercolor (Fall Creek) (USA/Canada, 2013, 13'), una tecnica che non sarà prettamente antropologica e strumentale, che non andrà, insomma, al di là del mero raggiungimento di uno scopo. Nella psicologia cognitiva, in generale, c'è una certa aridità (come potrebbe esserci anche nel cinema preso come mero esperimento) e ciò riguarda non solo e non tanto, ad esempio e in modo ovvio, le semplici misurazioni come quelle dei tempi di reazione, perché, in fondo, dobbiamo pensare alla necessità che se ne trae, la quale concerne una certa applicazione, che è chiaramente terapeutica, non solo meramente conoscitiva, non è mai un conoscere per conoscere, ma deve riguardare, ad esempio, quelle persone che hanno perduto parte della memoria, che sono soggette a vari tipi di afasie o altri disturbi cognitivi ancora. Ma utilizzare un'esperimento di psicologia per fare del cinema, non significa, appunto, usarlo, almeno non nella maniera terapeutica, perché, è facile a dirsi, come il cinema non abbia un fine terapeutico e non sia solamente una questione di percezione: certo, c'è chi utilizza dei film per far scatenare emozioni, sentimenti, stimolando di lì a poco non solo determinate tematiche, ma anche problemi personali, in una riconduzione del film alla persona o della persona al film, il quale, in questo modo, diventa un qualcosa di strettamente personale, intimo nel senso di ciò che concerne il privato, quindi che ha a che fare con l'esistenza umana. Phil Coy non cerca tanto di andare oltre la psicologia, possiamo dire invece che la utilizza ma, insieme, se ne estrae completamente e questo non solo perché un cinema terapeutico è molto più facile e ottiene risultati migliori con il cinema cosiddetto trascendentale - ma non lo urliamo troppo forte, che non sia mai che ci vogliano sfidare - ma anche perché non si tratta di fare un esperimento per tramite del film. Lo ripetiamo, non c'è in gioco un tentativo di confermare o meno l'esperimento e nemmeno di dargli qualcosa in più dal punto di vista scientifico. Semmai, possiamo affermare, si tratta sì di dargli qualcosa in più, ma di un altro ordine, non tanto emozionale (riferendoci all'aridità dichiarata all'inizio, la quale potrebbe far pensare a un'aridità di sentimento, ad esempio, a una mancanza di empatia, forse), ma qualcosa che riguardi l'utilizzo della tecnica non in modo strettamente esistenziale o come strumento attuo a un certo sfruttamento, il che, lo abbiamo visto, non ha una connotazione negativa: semplicemente c'è un mezzo, un'acquisizione teorica, un film anche, e c'è uno scopo. Phil Coy se ne astrae e tuttavia, in qualche modo, ne rimane imbrigliato, ma non perché dalla tecnica così intesa non si possa sfuggire, anzi, ma perché per riuscire ad andare oltre dovrà creare una nuova condizione, una nuova esperienza, che prende l'effetto Stroop e lo storce, sfrutta l'esperimento e gli dà quel qualcosa che riguarda il cinema come arte, come possibilità dell'uomo. Ci rimane dentro ma rimanendoci dentro lo trapassa: trapassa l'esperimento e in questo senso va oltre tale esperimento, perché il cinema, anche quando è sperimentale, cercherà, qualora ci riesca, a creare, anche a distruggere a volte, ma non per rimanere nell'ordine del reale. La voce di Karolin Meunier è come incantatrice, come ipnotica, il che è ancora un altro stato di percezione straordinaria ma non è, ancora una volta, attuato in modo da evocare qualcosa di personale, dei ricordi, o fatto come tentativo di cura - perché anche l'ipnosi può essere terapeutica di per sé. Dire che la parte destra del cervello elabori il colore e la sinistra le parole non è tanto un dato di fatto, perché non è così semplice il cervello umano, e non lo è proprio perché ciò che comunemente percepisce non è la totalità delle sue possibili percezioni e quello che fa emergere, a stento quasi, difficilmente comprensibile di primo acchito, e forse non mostrandolo pienamente, in modo lampante, Who goes there, è proprio questo: sperimentare con il cinema come ha fatto Phil Coy ha una sua utilità, che non riguarda la tecnica in senso strettamente antropologico e strumentale, ma nemmeno la techne greca e tuttavia le si avvicina. Le copertine di libri sfilano sullo schermo, con un preciso rimando a una certa cultura storica, a una certa storia narrativa che trapassa anch'essa sullo schermo, i colori, invece, si fanno sempre più ingrombranti - riempiono sempre più la nostra percezione -, la voce è sempre più coinvolgente, quasi un risucchio e Phil Coy fa un passo avanti, non tanto nelle scienze cognitive, ma verso il cinema e questa è la cosa più importante, ovvero farsi di un cinema che non serve eppure è così vitale alla stessa vita, al nostro stesso sguardo, che, in fondo, è l'unica cosa che conta, il mio e il tuo, il nostro sguardo.


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