The museum of departures



C'è un dietro i vetri nel corto di Gautam Valluri, The museum of departures (Regno Unito, 2015, 5'), e ciò che è mostrato dietro i vetri si presenta come un qualcosa che dovrà essere notato ed esposto ai visitatori, ad esempio, come lo sarebbe in una sorta di museo e tuttavia questo cortometraggio di Valluri non presenta le caratteristiche del medesimo. C'è un dietro i vetri che viene vissuto ed è composto come esibizione di qualcosa, dei vetri che fanno da vetrina e un'esposizione che gioca sulla bellezza, sugli accostamenti, sull'interesse veloce e subdolo di cose mai viste o provate, di cose relegate e distanti. Se la presentazione è ciò che dovrà essere stimolante, attraente, interessante e comunque significativa, nel senso di rappresentativa (come possono essere dei particolari utensili usati, dei vestiti, delle ossa eccetera), la presentazione messa in scena da Valluri se ne discosta pur prendendone i contorni, un certo vagheggiamento, un certo sentore e il rumore dello scatto tra una scena e l'altra, il quale ricorda quello dei proiettori manuali per le fotografie, fa in modo di tornare al cinema, non più al museo, non più alla vetrina, non più a un mostrare accattivante, ma piuttosto a qualcosa di tanto semplice quanto importante, non per forza rappresentativo, non per forza simbolico, eppur vivo. Ciò che dovrà essere mostrato è un pezzo di cultura, certo, ma una cultura che non è morta, che continua a vivere e brulicare tra la comunità cinese, tra le strade riprese e tra le insegne luminose, tra i cartelloni pubblicitari e soprattutto tra la gente che abita questa comunità. Una cultura che si sposta, è tuttavia una cultura che perde qualcosa, non tanto e per forza in un'accezione negativa, come perdita originaria e omologazione, oppure non dovrà essere per forza una cultura che si ghettizza. Certo, il ghetto c'è, ma Valluri lo mostra in modo diverso, in modo da non sentirlo come tale, vorrebbe mostrare infatti proprio la particolarità del posto, come mantenimento di quel sentore che, nonostante non sia l'origine, vi rimanda continuamente: eccolo il punto fondante e fondativo della pellicola, ovvero il rimando della comunità a quella originaria, seppur lontana, seppur comunque diversa, ma con un collegamento che è più di un semplice attaccamento nostalgico, è più di un riproporre e ancor meglio di un'integrazione. In questo senso, la rappresentazione non c'è e qui si gioca per forza di cose il fatto che, essendo un continuo ripresentare, il cortometraggio non si può esso stesso dire come ciò che riprende una realtà nel senso di una sorta di dislocamento tra il luogo e la pellicola. C'è, in effetti, un dislocamento, ma questo è tale nel momento in cui viene preso non tanto come effetto del riprendere ma come il vagheggiamento di una cultura che si è spostata e che in qualche modo aleggia sulla pellicola: è come un deposito e ciò che si deposita è il lascito della cultura stessa, quella cultura che continuamente rimanda all'origine. Il rimando è l'unica cosa che si può sentire, se si ha la capacità di sentire, se si è disposti a sentire e in questo senso non si può parlare di una volontà autoriale del regista, il film è davvero per tutti ma probabilmente non potrà arrivare a tutti: il punto sarà aver già precedentemente una certa apertura o interesse, bloccando però così di fatto un'esperienza di immanenza, la quale, seppur ricercata, ha bisogno di eliminare anche lo spettatore come colui che si pone di fronte allo schermo e lì vi rimane. The museum of departures, se non elimina lo spettatore, tende forse a una neutralità dello stesso e qui sta probabilmente il suo punto di forza, ovvero mostrare un qualcosa che renda i confini del soggetto, come colui che appartiene a una nazione, più flessibili, più elastici e quindi meno impregnati di quella coscienza nazionale che ha ancora la persona, la quale, seppur sempre più globale, è ancor più razzista e chiusa e Valluri lo fa proprio riprendendo la Gerrard Street Chinatown, proprio rimandando a una particolare nazionalità, ma lo fa senza la presenza autoriale del regista e probabilmente questa è la cosa più interessante.


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