Prima materia



Innanzitutto in Prima materia (USA, 2015, 3') c'è del silenzio - un silenzio che non si può intendere come assenza di voci, di musiche o, semplicemente, di qualsiasi onda sonora, perché sì, non c'è, ma non lo percepiamo e non è da intendere come privazione: il silenzio di Charlotte Pryce, come quello di A study in natural magic (USA, 2013, 3'), è un silenzio proprio delle origini del cinema, ma che non si attualizza come ritorno al passato o recupero della tradizione, un silenzio che non è sentito e non pensa le macchine da presa come appartenenti a una tecnologia primitiva, da perfezionare e che non è nemmeno un vuoto o un qualcosa che riempie, come se l'immagine fosse un suo contenitore. Questo silenzio fa emergere l'immagine bruciante, così possibile di essere mostrata come qualcosa a sé e senza privazioni, non manchevole di qualcosa. Un silenzio che è quindi positivo, nel senso che si costituisce come resto di quel negativo che è la privazione del suono e che si rifà a una materia che non è solo ciò che è dato, che si mostra agli occhi, che è reale e che si fa sentire. L'immagine mostrata dalla Pryce non appartiene né all'astratto né al virtuale, bensì alla materia, anche se, possiamo dire, come sempre, in fondo, si tratta di materia. Ma, se il silenzio concerne quel resto di cui sopra, ciò che contiene l'immagine non si rifà anch'esso a un'eccedenza, piuttosto è tutto ciò che si mostra, ma è un tutto che appartiene più propriamente a un infinito, che è tale perché nulla si fa o si disfa, nasce e muore e che non è solo ciò che si dà in quell'istante, da qui l'accostamento tutto e infinito. Quest'infinito, che è della materia ma che non viene propriamente mostrato, ancora una volta, come contenuto dell'immagine, oggetto o soggetto, è un infinito che, appunto, così inteso, non si lascia contare o sottrarre attraverso alcuna operazione, ma piuttosto è esso stesso processo. Le spirali, l'oro intravisto, quelle tracce mostrate in Prima materia, sono come allucinazioni per i nostri occhi, nel senso che non si mostrano né come unità né come molteplici, non si danno come dati o come enti di un mondo in cui ciò che non si vede comunque sappiamo possa esistere. Allucinazioni, dunque, non perché la loro natura sia dubbia, non perché dovremmo chiederci la verità della nostra visione, ma allucinazioni perché Prima materia appartiene a ciò che ordinariamente non si vede. Non solo, Prima materia non è un'estensione dell'occhio ma è l'occhio stesso, nel senso che non è tanto lo schermo o la macchina da presa che fa da occhio, che vede per noi, quanto piuttosto è ciò che si fa occhio, cioè non il film della Pryce, ma la visione di Prima materia. Allucinazione, quindi, perché è ciò che più similmente si intende come processo, come costruzione. Attenzione però, perché non è tanto l'uomo a fare la visione, in questo caso, non è l'uomo a costruire l'allucinazione, ma è piuttosto questa a farsi in noi e quindi siamo abitati da una visione che, lo diciamo nuovamente, non è passibile di dubbio o virtuale, ma concerne quelle possibilità della natura, possibilità immanenti alla natura stessa, non emanate da dèi trascendenti e nemmeno dall'uomo stesso, che proliferano in essa e vengono sviscerate e cercate dalla Pryce come fondamenti infondati della materia, infiniti processi che avvengono sulla soglia dell'occhio.  


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