O



L'ultimo lavoro di Mazzola, O (Italia, 2016, 1'), s'incardina perfettamente, dando la netta sensazione, più ancora che di un cammino, di un tracciamento, un qualcosa cioè che va facendosi a-teleologicamente e può essere detto solo in retrospettiva, a posteriori, nella poetica intrapresa concretamente e radicalmente con * 31 12 99 (Italia, 2016, 1'), e forse ancora in I II III IIII (Italia, 2016, 2'), che per certi versi fa da spartiacque tra ciò che è ora con questa nuova poetica e quella che l'ha preceduta, e cioè lo studio architettonico di τοπίο (Italia, 2015, 5') e da da DO a DA (Italia, 2015, 7'), che seguono, pur facendosi comunque coestensivamente, il cinema ritrattista e frammentario di Piano Pi_no (Italia, 2014, 14') ed S _ S (Italia, 2015, 10'). Come abbiamo visto a proposito di τοπίο, comunque, è davvero difficile - e riesce piuttosto imbarazzante - pensare al cinema di Mazzola come a un che di variegato ed eterogeneo, addirittura composto da fasi che lo smembrino dall'interno, e tuttavia ci pare di fondamentale importanza rilevare come, in effetti, vi sia questa se non frattura quantomeno variazione inerente i suoi ultimi due lavori, ed è di fondamentale importanza rilevare ciò nel momento in cui, per l'appunto, si va a parlare comunque di un cinema che si costituisce nel suo variare, nel suo essere cioè al contempo variante e variato. Di più, perché il lungo approssimarsi della durata dei lavori di Mazzola è da tenere in considerazione, com'è da tenere in considerazione che gli ultimi due lavori, * 31 12 99 e O, s'incentrano, di fatto, su delle ragazze, la sorella nel primo e un'amica nel secondo, ragazze che però ora non vengono ritratte, come accadeva nel film su Silvia Argiolas, ma vengono come fatte esplodere in qualcosa che non è più nemmeno possibile rilevare come potenziale costitutivo di esse; in questo senso, e riferendoci in particolar modo a O, vorremmo far notare come la risoluzione filmica non coincida, né di fatto (quid facti) né di diritto (quid juris), con il film in sé ma ne è, piuttosto, la sua disintegrazione. Ora, che cos'è O? O è un cortometraggio che raggiunge a malapena il minuto di durata. Ignazio Fabio Mazzola lo gira con uno smartphone e la risoluzione, anche se non si direbbe, è di 4k; filma un vestito, Mazzola, un vestito di una ragazza, una sua amica, che si direbbe alquanto appariscente, anche se in effetti non possiamo saperlo, perché il vestito non ci viene dato nella sua totalità. La totalità, del resto, è ciò che Mazzola, come abbiamo più volte visto, nega continuamente e incessantemente: i suoi ritratti sono frammenti, e i suoi studi architettonici hanno più a che fare collo scorcio anonimo. Eppure ora è come se accadesse qualcosa di diverso. Certo, la totalità non viene data, ma non viene nemmeno suggerita o pretesa. Se, ad esempio, in τοπίο lo scorcio rimandava comunque a una totalità, così come in S_S o Piano Pi_no il ritratto, pur nella sua frammentarietà, quantomeno postulava un'unità a priori, quella appunto dell'artista più ancora che del ritratto in sé, il quale non poteva prescindere la propria frammentarietà, ora, in O, la totalità non viene nemmeno postulata - e O si erge e viene a farsi su quest'assenza fondante e fondamentale. Non c'è, propriamente, una disgregazione né, tantomeno, una disintegrazione di una qualche totalità conchiusa tanto universale, nel senso rigoroso del termine, quanto fantasmatica, perché la totalità manca: quel vestito, filmicamente, non è tale, ma sono sprazzi di luminosità, una pioggia di luci. Quello che si presenta agli occhi del testimone, in O, è per l'appunto questo, e per questo non serve e anzi è inessenziale che si sappia o meno che si tratti di un vestito, ciò da cui scaturiscono tutte queste luci, perché queste luci scaturiscono cinematograficamente, dunque nel possibile piuttosto che nella realtà. In questo senso, non è che Mazzola disgreghi il vestito, perché ora più che mai il vestito non ha più niente a che fare con ciò che filmicamente viene dato. Filmicamente, vengono date le luci e sono queste hanno importanza, poiché saturano, anche svuotandolo, lo spazio filmico. È così che Mazzola porta il cinema ad un altro piano rispetto al reale, un piano che comunque non è trascendente rispetto a esso. Se il vestito è ciò che sussiste nel reale, nel film sussistono le luci: bisogna allora pensare a un unico piano in cui un ente = x può essere dato sia come z che come y, sia come vestito che come pura luce e tenebra assoluta. È una cosa non da poco, questa. Perché allora non si tratta più di pensare il reale come differente dal cinema; più significativamente ancora, bisogna smetterla d'accordare tutta questa importanza al reale, unilaterizzandolo. Ciò che è è sia la realtà che il cinema, e il cinema e la realtà differiscono ontologicamente, questo è palese, ma nel momento esclusivo in cui essi sono ontologicamente delle ermeneutiche. Ermeneutiche di un unico e solo piano che è più profondo ancora del reale e del film; il reale e il film si danno su questo piano, facendolo emergere in maniere diverse (ora un vestito, ora una pioggia di luci), ma è sempre e solo lo stesso Essere che viene a darsi e questo essere non è affatto una totalità che può venir data. Mazzola, in maniera molto profonda e acuta, intitola il suo film O, il che non dovrebbe essere letto come una vocale. O indica il cerchio conchiuso, non è una banale lettera. Ma questo carattere proprio del cerchio, il suo essere conchiuso, non è affatto una determinazione filmica: se il film si riferisce all'Essere sul piano del quale stanno sia esso che il reale, allora O intende riportare l'attenzione del testimone, che notoriamente vive e muore nel reale (tranne rari casi), a un conchiudersi che propriamente esclude tutto ciò che non è incluso in essa, dunque il reale medesimo. O è il film finito, la sua conclusione coincide col suo conchiudersi, ma questo conchiudersi è, tutt'altro che paradossalmente, ciò che lo apre, lo riferisce all'Essere; il conchiudersi di O non ammette che esista soltanto O ma che tramite O si possa giungere a quell'Essere senza con ciò riferirsi a qualcosa che non stia in O, e cioè il reale. Ecco perché O vale di per sé, perché Mazzola, ora, non disgrega alcuna unità supposta o preposta e perché, per esso, ci sentiamo legittimati a pensare a un cinema che stia sullo stesso piano del reale senza confondersi con esso, quasi creando una dimensione ulteriore a esso ma contemporaneamente a esso coestensiva.

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