Flower





Il discorso narrativo in Flower (Giappone, 2012, 21') è un discorso che non deriva da un soggetto narrante né ha a che fare con una storia che viene raccontata, anche se queste sono, di fatto, i vincoli dati e propri di una storia e di ciò che agita il vivere comune. Ma Naoko Tasaka ha bisogno di questa storia, che è comunque importante e nello stesso tempo è comunque svincolata dalle immagini e ne ha bisogno per farla scomparire e, ancora nello stesso tempo, farla risaltare. Non si tratta di far schizzare una composizione o una struttura che si avvale del significante, al fine di creare da tutto ciò delle linee di fuga, le quali, probabilmente e quasi certamente, vista e considerata la nascita di un certo linguaggio sul cinema, si rifarebbero forse ancora un po' troppo, dal punto di vista di una certa critica che si voglia fare sul cinema, a un certo collocamento del cortometraggio su linee fin troppo battute, anche se non si tratta di creare un discorso originale, soprattutto considerato il fatto che l'originale non è mai tale. E allora, proprio da questo punto, potremmo pensare, se possibile, a qualcos'altro, partendo proprio da una tradizione - quella tradizione che si avvale del linguaggio e delle sue funzioni per comunicare - che per rafforzarsi e insieme distruggersi per ricrearsi, si sostenta e si intreccia con delle immagini, le quali, saremmo davvero troppo banali nel dirlo, non c'entrano nulla con ciò che si narra. Ma se questo cortometraggio di Naoko Tasaka è, probabilmente e in modo lungimirante, un capolavoro, lo è non solo per aver cercato delle vie che schizofrenizzano una narrazione, la quale è già, nel suo modo, tendente non solo all'anormale, a ciò che è al di fuori della norma, ma anche all'insensato, come come ciò che va al di fuori del comune. Una tendenza quindi che ha bisogno dell'immagine per scavare in profondità, non solo, è con l'immagine che il soggetto è toccato, alla superficie e infine visionato, in una profondità che non può che emergere, dal fondo oscuro, non limpido, da cui è tratta la materia. Non tanto fonte di tutte le cose, perché le cose di cui tratta Flower non hanno che un fondo che scivola e mai di solidifica, che mai si fa tale, ciò che mai mette radice, eppure ciò che tocca Naoko Tasaka ha a che fare con una profondità di dubbia origine, ma dubbia perché incerta e incerta perché non ne sappiamo dire qualcosa al riguardo. Il dire di Naoko Tasaka, abbiamo visto, è un dire dello straordinario: i blocchi si formano e si sformano ma blocchi rimangono, eppure - c'è sempre una congiunzione avversativa in Flower, la quale non solo delinea il contrasto e l'infrazione a più livelli presente tra i frammenti del cortometraggio giapponese, ma introduce anche una possibilità di altro, un altro che si ha solo da tale contrasto e infrazione e dunque origina in esso - tali blocchi sono ciò da cui promana quello straordinario. Così, anche la cascata d'acqua, nel suo essere della natura e nella sua ripetitività, è ciò che non tanto dà vita per suo stesso modo di esistere, non è una questione di contenuto, come non lo è per le altre immagini. Qui, in Flower, la forza è tale appunto non solo per la ricerca di una sintesi disgiuntiva, ma è forza per il suo essere nell'insensato attraverso e nel congiungersi del senso e quindi tra le immagini. Questo «tra» non è lo spazio che si crea nell'interstizio, ma è ciò che attraversa le stesse immagini, non è il buco nero, non è lo schizo, è proprio nell'immagine e forse ha maggiormente a che fare con l'ipnosi, che non tanto agita e stimola l'inconscio inteso come profondità al di sotto della coscienza, ma come ciò che modifica le condizioni, che guarda all'abisso «e c'è il rischio di finire a brandelli» (Marnero). Non ci si disgrega mai in Flower, eppure le corde toccate appartengono a una profondità ipnotica, che crea altre condizioni, altre dimensioni in cui siamo vissuti dall'abisso stesso e il tutto mentre siamo ancora saldi, nella nostra nevrotica dimensione del mondo e nel mondo, non nuovi, ma nella vita eppure nel cinema e quindi al di sopra del mondo e nel mondo stesso.  


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