The digger



C'è qualcosa in The digger (Libano, 2015, 24') che vuole essere espresso ma che non trova modo di volgersi in parola, qualcosa che non si riesce a tramandare in parola, e allora passa per forza per quegli oggetti muti e ritrovati dell'archeologia, il cui posto sarà infine delegato al museo, il quale trattiene particolarmente un che della forza di questi oggetti, o per meglio dire, resti, e ci riesce unicamente perché non si riferisce totalmente ed esclusivamente a essi, ma eccede tali resti. In questo senso possiamo dire che i resti ritrovati appartengono al museo come frammento e piega di un fuori che echeggia in essi e con essi si acquieta un po', non potendo fare altro, non si può fare altro per loro, e allora con questo cortometraggio Ali Cherri ci sembra porti un po' di quel fuori a esplodere quasi, un'esplosione contenuta all'interno del film e che fa il film, ma che non si limita ad esso ma anzi si espande oltre lo schermo ed espandendosi si fa tutt'uno con le riprese stesse. Non è un giro strano di forze, ma è lo stesso paesaggio a farci sentire la sua espansione, a farci sentire che non tanto qualcosa ribolle in esso, sotto di esso, o l'interno verso un'esterno che ci è dato così, che si dà a noi semplicemente, ma è lo stesso paesaggio a farci sentire piuttosto la sua più viva natura e di conseguenza quel non so che dei luoghi ripresi di Cherri, che ritroviamo per esempio in The disquiet (Francia, 2013, 20'), quel loro carattere un po' inquietante e allo stesso tempo ipnotico, che non ha nulla di contemplativo. Così, il deserto ha una sua voce e la morte e la vita si confondono in essa, e l'uomo che attraversa tale deserto si fa tutt'uno con esso, vi abita facendosi esso stesso nel deserto e deserto esso stesso, e ancora, tale deserto non tanto si umanizza, non tanto accoglie, quanto piuttosto si fonde con esso. Voce del deserto, non umana, e all'umano non resta altro che convogliare la propria voce in questa e allora ecco che la distesa diventa meno inquietante e tutto rientra in un'unica esistenza che non fa che espandersi: è il carattere di cui parlavamo prima, deserto che continuamente avanza ed eccede i resti ritrovati, quei resti museificati che perdono la loro appartenenza a un luogo ma non per staccarsi da esso. Possiamo meglio dire infatti che questi resti non facciano altro che diventare ricordi, cambiando quindi la nostra prospettiva: sono i ricordi del deserto che abbiamo estratto e che Cherri li ricollega continuamente a quel fuori da cui provenivano e da cui sono stati prelevati. L'immagine di Cherri non diventa un tentativo di recupero, di fare archeologia, ma meglio ancora di restituzione ed è la stessa immagine del deserto che mostra e recupera espandendosi essa stessa insieme al deserto. Un'immagine, quella di Cherri, che espande se stessa, non per infine finire racchiusa, non certo nel film, non certo in un cinema, ma per mai finire, per essere mostrata nei luoghi più disparati, più diversi dalla stessa immagine, in un mescolamento del contenuto, il deserto, e del «mezzo», dell'immagine che non fa che espandersi essa stessa e confondersi con ciò che mostra, espandendosi con esso. Insomma, The digger andrebbe mostrato proprio in quegli spazi stretti, da riconquistare per viverli, per dispiegarli e quindi ingrandirli. Se Cherri sconfina, sconfina in tutto e per tutto e ha bisogno per farlo di questi luoghi che giocano su una specie di ambivalenza fondativa, almeno per noi, che siamo tentati di considerare il deserto come luogo di esistenze aride, solitarie, desertificate esse stesse e che Cherri ci mostra invece come anch'essi parlanti, ma di una parola che non si rifà a un linguaggio umano, non perché disumano ma perché proprio dello stesso deserto, un linguaggio-deserto. E questa parola del deserto, non possiamo interpretarla, non possiamo vederla scritta, non possiamo udirla. Non siamo deserto, non siamo semplicemente umani, siamo più legati a un'immagine di quanto pensiamo, come è l'immagine di Cherri e di nuovo, ancora una volta, il nostro non è un perdersi, è piuttosto un echeggio che non ha più consistenza, che non è mai stabile, mai solo ciò che è terreno, ma solamente un qualcosa che si espande e nell'espansione aleggia, non sopra, non sotto, ma tutt'attorno.


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