Sorelle povere di Santa Chiara



In un'epoca in cui l'Occidente è quanto mai cinico nei confronti della Chiesa in generale, Nina Danino gira un cortometraggio intitolato Sorelle povere di Santa Chiara (Regno Unito, 2015, 12'), in cui riprende le attività delle suore del monastero di Santa Chiara, operando una specie di riassunto della loro giornata tipo. Diciamo specie, perché compito della Danino ci sembra essere solo in parte quello di mostrare la loro vita o, per meglio dire, cerca di mostrarla in modo completamente autentico e vivo, il che significa quindi tentare di riportare anche quell'atmosfera che si respira e che tanto avrebbe impressionato la regista nei suoi giorni di permanenza nel monastero prima delle riprese. Detto questo, ci sembra necessario un certo straniamento, non tanto compiuto da noi, quanto piuttosto uno straniamento subito dallo stesso cortometraggio, che permane da esso. Non si tratta propriamente di voler portare chi lo guarda in un'altra realtà, diversa da una quotidianità frenetica e fatta di eccessi - eccessi qui intesi in contrapposizione con il concetto di povertà, il quale oltre che rimandare a un fattore economico, concerne anche una predisposizione d'animo che ricerca il suo equilibrio nell'equilibrio stesso, in un temperamento moderato e che vede nella sua attualizzazione presente la prospettiva di un'eternità beata: «O povertà beata! A chi t'ama e t'abbraccia procuri ricchezze eterne»*. Questa eternità promessa non ha nulla di evanescente o astratto, o meglio, concerne una beatitudine che non può essere che presente e non può che scontrarsi con un corpo che non è tanto o solo una gabbia, ma è ciò che vive e muore insieme allo spirito, il quale continuamente si ripresenta, in un'incarnazione che nei secoli ha trovato corpi forse più audaci, come quello di Santa Chiara. Si tratta di mostrare e cercare di far esperire quella che sembra dunque essere una certa espansione del corpo, che crea l'atmosfera del monastero, il quale ci sembra essere lo scopo ultimo di ripresa della regista. Parliamo di atmosfera nel tentativo di caratterizzare un luogo che eccede la somma delle sue componenti, siano essi i corpi che vi abitano, l'architettura del monastero, i profumi eccetera, un'unione che concerne la spiritualità come ciò che eccede e sussiste sulla materia, un qualcosa che è più anche delle stesse forze, se le stesse intendiamo erroneamente pensarle come qualcosa di neutro, perché non dotato di senso. Non che le forze del monastero abbiamo un senso in particolare, o più di un senso, piuttosto non sono da intendere come qualcosa di indifferenziato, anzi sono una differenziazione costituente. Introducendo questo cortometraggio, infatti, ci siamo brevemente soffermati sulla differenza tra il monastero e il modo di vivere del mondo Occidentale e come questa differenza non sia da intendersi come esistenza di due realtà a se stanti, piuttosto possiamo dire che il monastero è come un punto nevralgico da cui dipartisce un certo tipo di concentrazione di forze, le quali, appunto, fanno immediatamente sentire la propria differenza rispetto al resto dello spazio. Il tentativo della Danino di riportare un po' di tutto questo nel film, ci sembra attuato, in parte, anche dall'utilizzo della Bolex H-16 Rx come mezzo per ridare al monastero quella sensazione che consideriamo propria di un tempo ormai passato, come se fosse questo un luogo in cui il tempo si sia fermato. Se questo mezzo di ripresa è utilizzato in Sorelle povere di Santa Chiara, lo è in riferimento al contenuto stesso della ripresa, in una considerazione dell'espressione e del contenuto come un qualcosa che è solo teoricamente separato, ma che è da considerarsi profondamente unito e dipendente dalle sue stesse componenti formative. Ecco allora che il film diventa un tentativo di essere un tutt'uno con quel luogo, dissolvendo qualsiasi separazione e andando al di là di una concezione del luogo che lo rende in senso meramente estensivo. La macchina da presa e tutte le persone intorno ad essa per costruire il film sono essi stessi qualcosa che interagisce con il monastero, così come lo abbiamo inteso prima e così, quell'artigianalità insita nell'utilizzo della pellicola, si scontra con il luogo stesso e vediamo subito come quest'interazione sfoci nel film. Vogliamo qui affermare come non sia sufficiente l'utilizzo della pellicola per riuscire a riprendere e ridare un luogo che è così concentrato di quell'atmosfera insita di una religiosità che è tanto forte quanto subito evidente a chi accede al monastero. A noi non rimane che oscillare tra l'assistere a un qualcosa che è per noi estraneo e lo straniamento stesso che ci ritorna dal cortometraggio: certamente, la prima cosa non gioca a favore del cortometraggio della Danino, ma è proprio qui che un film dovrebbe essere non tanto un punto di incontro tra credenti o meno, ma un qualcosa che si faccia immediatamente campo delle forze col monastero stesso, così che lo straniamento si leghi a quell'atmosfera e il film sia non tanto un ponte tra, ma l'insieme del tutto.



*Dalla I lettera di S. Chiara a S. Agnese di Boemia.

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