Regal


Quello di Karissa Hahn è un buon film: Regal (USA, 2015, 2') è un buon film, ma il fatto che Regal sia un buon film non fa di certo di Regal un film affetto da una condizione che lo porti ad essere oggetto di un giudizio valutativo; piuttosto, se Regal è un buon film, è proprio perché esso si toglie letteralmente via da qualsiasi sistema, più o meno condizionale, da cui possa darsi una valutazione, intendendo con ciò un giudizio di matrice trascendentale: Regal è un buon film perché è una scatola chiusa, che vale soltanto di per sé - e funziona solo così. L'immagine di Regal, infatti, non si confonde che con se stessa, è rivolta esclusivamente verso se stessa. Sostanzialmente, la Hahn pirata dei video, che fungono da found footage, e stampa le loro immagini su pellicola. È il procedimento inverso di ciò che accade frequentemente coi film in 16mm, che vengono invece riversati in digitale. Quest'operazione è da tenere bene in considerazione, poiché allora non è più in gioco una virtualizzazione della materia bensì una materializzazione del virtuale, che non si confonde comunque con una sua attualizzazione. Tale materializzazione è delle più proficue ed edificanti per il fatto che si risolva come gesto: essa è un gesto e così dev'essere considerata, e forse è ciò che più avvicina la Hahn a quell'animazione assoluta di cui è stato maestro Harry Smith; naturalmente, come si è visto, la Hahn non dipinge sulla pellicola, ma è precisamente la materializzazione del virtuale, la stampa del file a generare quest'effetto di gesto che, per l'appunto, denota e connota i film dipinti su pellicola. A ogni modo, e lontano da ogni parentela che non sia con se stesso, Regal si toglie, abbiamo detto, e si toglie proprio come gesto e in quanto gesto: come gesto, Regal si rimanda, cioè manda sé doppiamente, prima nel suo farsi, nel suo realizzarsi, quindi nel suo sviluppo, nel suo fluire filmico, che rimanda a quel gesto iniziale che, di fatto, l'ha prodotto e costituito. Il problema, allora, è dei più spessi e spinosi. Infatti, se tale gesto non fa altro che rimandarsi, che rimandare a sé come gesto, allora ciò che lo precedeva non è che smetta di sussistere ma anzi insiste in tale gesto come sua necessità: le immagini piratate devono per forza farsi in quel gesto, il che non implica alcuna teleologia dell'immagine piratata, non è che il fine dell'immagine piratata sia derivare in Regal bensì che in essa, sebbene in germe, c'è una necessità, una stringenza che non può che farla derivare in Regal; in questo senso, più che a una teleologia bisognerebbe pensare a una necessità materialista che, appunto, porta l'immagine piratata a derivare in Regal, pena la sua assenza. L'immagine piratata, l'immagine del torrent, l'immagine di YouTube, l'immagine virtuale non può che essere materialmente, e cioè in Regal. La necessità con cui essa deriva in Regal è la stessa che, paradossalmente, può non farla derivare in Regal ma solo e soltanto a patto di certificare la di essa inesistenza. In questo senso vanno lette le parole di Hito Steyerl da cui prende le mosse Karissa Hahn: «La povera immagine non riguarda più il reale - l'originario originale. Piuttosto, essa riguarda ora le sue reali condizioni di esistenza». L'immagine è divenuta eterea, è divenuta un oggetto tra gli oggetti. La Hahn, in questo, è molto marxista. Lei dice: è come se l'immagine, ad un certo punto ma soprattutto grazie (dove questo «grazie» dev'essere considerato sia nel suo valore causale che nel suo valore strumentale, di mezzo) a internet, si fosse alienata, avesse subito quel processo d'alienazione come il lavoratore in fabbrica. È altro da sé, sta nel Cloud. Bisogna allora porre in essere un gesto che le restituisca la sua materialità nel momento stesso in cui la rimette in circolo da sé, come sé. Il gesto, in questo senso, è il gesto che ridà materialità all'immagine nel lampo stesso in cui pone l'immagine. L'immagine è la sua propria materialità, e sta qui la necessità di cui sopra: l'immagine non si risolve nella sua materialità, ma ogni immagine è innervata costitutivamente, essenzialmente di materia. In altre parole, non c'è differenza, in Regal, tra lo scaricare, il piratare l'immagine, e lo stamparla, ma perché ciò che inerisce l'immagine, il gesto che la compie è esso stesso immagine. In ciò, si coglie tutto il lato politico della faccenda. Il film della Hahn, infatti, è fondamentalmente politico, ma è politico non alla maniera rozza ed entusiastica come può essere uno della Gallagher, bensì in una maniera molto più acuta e interessante: non è che il film sia politico perché riguardi la politica, è che la politica pertiene essenzialmente al cinema - e non si dà politica al di fuori dell'immagine così come non si dà materialità che non abbia immagine, che non sia già un gesto immaginario. E che, allora le immagini su YouTube non sono politiche? i film di oggi hanno smesso di essere politici? Segue non fa forse film politici? Senz'altro, ma è proprio per il loro essere politici che cessano di esserlo, poiché cessano di essere cinema, sono politici nella misura in cui sono reazionari, fascisti, dunque a-politici, nel senso in cui ogni fascismo, anche il più democratico, blocca il fluire delle immagini, ferma la politica per arrestarla sul regime. Evidentemente, c'è un senso politico che pertiene solamente alle donne. Il problema delle donne non è che non siano politiche, è che lo sono troppo. Esse sono, per così dire, gli esseri politici per eccellenza. Immediatamente corpi, esse si danno già come immagini. Dal menarca alla deflorazione (e più avanti ancora...), la donna ha un unico problema: quello di apparire. Conscia della sua materialità, la donna è anche conscia che tutta la sua vita si risolve nella perdita continua o nel rischio della perdita della sua propria materialità, e da ciò tutto quel che ne consegue, dalla troiaggine all'essere più virgineo possibile. Quel che le donne sono è un corpo senza immagine, un corpo che dev'essere fatto immagine, altrimenti non è più corpo. In un certo senso, lo stupro non è ciò che toglie immagine al corpo, anzi è ciò che restituisce immagine a un corpo che non è più tale; quest'immagine, tuttavia, non è quella propria del corpo bensì è, rispetto a esso, trascendentale. Il problema della Hahn, dunque, è un problema cinematografico nel momento in cui è politico nel momento in cui è femminile. Poiché il problema femminile è che la donna è troppo politica, troppo corporea. Le manca il gesto. Ed è questo gesto - crediamo - ciò che la Hahn cerca in tutti i modi e a tutti i costi di recuperare, di attuare eminentemente: un gesto che rinvii la materia alla sua immagine - e non viceversa. Sta qui la sua più disperata bellezza.

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