Jáaji Approx.


Eppure c'è dell'altro. La sensazione che consegue lungo tutta l'ultima opera di Sky Hopinka, Jáaji Approx. (USA, 2015, 8'), è esattamente questa. Non si tratta del finale, è più qualcosa che ha a che fare con lo spessore stesso del film, qualcosa che lo vena, che lo lavora carsicamente. Sky Hopinka non parte dal presupposto che ci sia dell'altro, ma prelude, appunto, alla sensazione di cui sopra, che cioè ci sia dell'altro. C'è dell'altro, ed è precisamente questa consapevolezza o, più pacatamente, questo sentore che muove l'opera, che la orienta disorientandola, facendo procedere l'automobile di Sky Hopinka attraverso non tanto i luoghi bensì le parole del padre; sono queste, infatti, a creare una sorta d'interstizio, nell'immagine, tant'è che, in effetti, viene a mancare, per certi versi, il muoversi tra le immagini, sostituito, ora, da un'immagine raddoppiata, un'immagine che, intensivamente, vale molto più di che lo sarebbe se concepita estensivamente. Il raddoppio dell'immagine, forse è di questo che si tratta. Sky Hopinka vaga in auto, e la voce di suo padre viene registrata. Questa registrazione, poi, inerendo l'immagine, viene trascritta in essa, sulla superficie dell'immagine-paesaggio, la quale, allora, è come se si abolisse, se si aprisse per includere in sé o, meglio ancora, per ospitare quel qualcosa che non s'è fatto immagine. Con ciò, naturalmente, non s'intende dire che la volontà di Hopinka sia una mera trascrizione con valore immaginativo al fine di restituire l'immagine alla parola, alla voce; piuttosto, e molto più profondamente, l'operazione di Hopinka ci sembra risolversi, sì, in questa trascrizione fonica ma, con ciò, prolungarsi, fino a ostendersi definitivamente, in essa e attraverso essa. La trascrizione supera l'immagine iscrivendosi in essa, essendo da quest'ultima ospitata. E con ciò la raddoppia. Tale raddoppiamento non cessa di sconfinare nell'immagine. Non al di qua o al di là di essa, bensì in essa, estendendola nel momento stesso in cui la ostende. C'è qualcosa d'infinito, nell'immagine di Hopinka, ma questo infinito non è affatto di carattere matematico né logico; è, semmai, pertinente all'immagine nel momento stesso in cui questa si fa propria, si riappropria cioè del carattere che davvero la determina e la costituisce essenzialmente: quello dell'inclusività. Sky Hopinka viaggia nella sua macchina e ascolta la voce del padre, e tutto questo sembra dirci: «Non basta un'inquadratura per fare un'immagine». L'immagine non è semplicemente e banalmente ciò che ritrae ma è propriamente un luogo. Tale luogo si definisce ospitalmente. L'immagine è un luogo ospitale. In questo senso, l'immagine non raccoglie i luoghi che Hopinka attraversa così come un'inquadratura non basta a fare un'immagine. Serve una certa sensibilità, un certo scivolamento tra le cose in grado di raccoglierle nel momento stesso in cui le fa scivolare via. L'immagine di Jáaji Approx., dunque, viene a definirsi come un'immagine che è tale nel momento in cui riesce ad ospitare quella radura, questo tramonto, nonché la parole registrate del padre. Che non basti inquadrare qualcosa per ricavarne un'immagine significa proprio questo, che ciò bisogna attraversarlo, quel qualcosa, palparlo anche, sentirsi con esso in una certa affinità, poiché solo così è possibile ospitarlo dentro l'inquadratura. Idem per i suoni, per le parole che vengono registrate e quindi trascritte. O gli orizzonti, che collimano in quel doppio piano in cui il cielo è tra la terra e la terra. Solo allora ha senso partire, continuare a viaggiare. Perché tale inscrizione, l'oralità del padre divenuta (cioè trascritta perché ospitata nell')immagine, raddoppia l'immagine, creando in essa interstizi in cui è di nuovo possibile muoversi. Se, infatti, l'immagine si dà in quanto luogo ospitale, allora chi registra ne è coinvolto in prima persona - ed è in questo spazio, tanto metafisico quanto estetico, che Hopinka si muove, non tanto nello spazio fisico. Ed è precisamente in questo spazio qui che c'è sempre qualcos'altro, qualcosa che sfugge, qualcosa che è in un interstizio pressoché invisibile, qualcosa che è troppo segreto, per cui bisogna viaggiare, ascoltare, registrare, ospitare ancora molto per poterne venire a conoscenza o anche solo vederlo. E man mano che ciò accade, l'immagine si trasforma, diventa se stessa: il luogo fisico si perde, e il metafisico, cioè l'immagine, giunge ad acquisire un carattere che la rende assoluta, nel senso etimologico del termine. È in essa, allora, che ci si ritrova ed è essa ciò verso cui ci si rivolge, colla parola e col viaggio, quasi che l'iscrizione della parola nel viaggio, il che vale a dire la vita, non fosse che preludio a essa, all'immagine che Jáaji Approx. è, come una Via del Canto di cui ci ha portato testimonianza Chatwin. E ancora c'è dell'altro...

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