Cathode garden



Immaginiamo di avere per mano la possibilità di sapere cosa accadrà nel nostro futuro o di sviluppare un occhio che ne permetta la visione in quanto esseri che camminano su una strada non tanto già battuta, ma piuttosto circoscritta, dove certe scelte ci prescelgono e noi ci ritroviamo in esse come espressione della propria potenzialità.. e in effetti modi per farlo ci sono, solamente che non si esprimono in un modo così chiaro da permetterci l'ostinazione di chiamarla preveggenza. Non è la minor o maggiore chiarezza a rendere problematica la cosa, a farci dire che non è reale o che è semplicemente falsa, quando sono probabilmente gli stessi criteri scientifici a non poter essere sufficienti con essa. Janie Geiser in questo senso fa qualcosa di interessante e lo fa considerando il passato. C'è una sorta di confusione, di scomposizione di una vita che non si può più dire biografica, è vita semplicemente scomposta e tuttavia risulta armonizzata - sicuramente per le capacità della regista - ma lo è, appunto, perché si accompagna ad altre vite, umane o meno, anche solo ed esclusivamente pulsazioni sensomotorie, appoggiandosi così a qualcos'altro che permetta non solo di non identificare la vita ripresa ma soprattutto di viverla nel momento presente. Sembra paradossale e soprattutto non è banale, perché il momento del presente, in Cathode garden (USA, 2015, 8'), è il momento realmente vissuto, ma non all'epoca delle riprese, perché qui non è in gioco alcun interesse verso una ripresentazione di qualcosa rimasto impresso, una ripetizione incessante solo per la possibilità di ripresa e di proiezione. Certo, Cathode garden andrebbe visto e rivisto, ma va rivisto in quanto scomposto ed essendo tale perde il contatto con ciò che viene ripreso e diventa solamente il proiettato. Così, una vita si disfa, perde i propri caratteri biografici, ma ancora non è abbastanza, perché non viene, e di nuovo il possibile paradosso, così generalizzata, per diventare di tutti, anzi è particolare ed esclusiva ma lo è perdendo quel futuro privato, composto da vari episodi cardine che fanno la vita di una persona, come le sue prime volte e quelle più importanti, un futuro fatto di immagini riferite a qualcosa d'altro che accadrà e che quindi verrà trasportato nella visione, come a far da copia, immagini piene di senso, di un senso che fa, o meglio, farà la vita della persona. Sarebbe questo il futuro veramente incerto da vedere, visione davvero fallace e sempre riscritta, dove si inserirà la volontà della persona, o quella che pretende essere tale, una volontà che doveva uccidere dio o levargli il comando per avere la possibilità di tracciare ognuno la propria strada, di salire le gerarchie, di puntare a qualcosa per averne un'altra e metterci tutto l'impegno possibile, quell'impegno che incanala le proprie energie ed è capace nel proprio ambito e che non si esprime che per obbiettivi raggiunti e mete conquistate. Con Cathode garden è come se assistessimo a un evento - non nell'accezione deleuziana del termine - tale per cui non c'è passato o futuro, ma un presente che rimane presente e continuamente si presentifica e in questo senso non abbiamo ricordo di Cathode garden, o meglio, ne avremo il ricordo, sapremo cosa abbiamo visto, ma lo sapremo anche e soprattutto per quella capacità di sprigionare e arrestare qualsiasi cammino o provvidenza o senso della vita (chiamatelo come volete), non per cadere in una sorta di limbo, ma piuttosto per essere in un presente che annulla la temporalità per divenire il film stesso tale temporalità, quella temporalità di cui non teniamo conto quotidianamente, che non interroghiamo presso un veggente, perché è ciò che ha in sé la visione di una vita come presente senza senso, senza morale e senza ripresa. Le immagini, in questo senso, non sono banalmente qualcosa di nuovo ogni volta o qualcosa di impazzito perché fuoriesce dalla norma, da una linea sensata, ma sono immagini che si attaccano a un reale di una vita che non c'è più in quanto passato ma che rimane in quanto traccia nel presente, possibile di essere colto non nella sua individualità specifica ma solamente percepito, in una visione che si fa futuro di tale vita. Questa percezione ha necessità, così come viene colta dalla Geiser, di proliferare e può permettersi questa proliferazione grazie a un cinema immanente alla realtà che coglie ciò che i nostri occhi, abituati solo al realizzato, non colgono. Un cinema, quindi, che è ancor più vicino alla vita ma che, tuttavia, non si esaurisce con essa.


2 commenti:

  1. Thank you for your sublime writing in response to Cathode Garden.
    Janie Geiser

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Thank you for giving us a chance to see it and for these kind words, Janie! : )

      Elimina