As without so within


Che il percorso sinora compiuto dalla messicana Manuela de Laborde virasse verso una fenomenologia del cinema in grado di costituire, di conseguenza ma allora stesso tempo, un cinema fenomenologico era già chiaro sin dal bellissimo Fantasma (Messico, 2013, 24'), eppure bisognerà attendere fino alla sua tesi di laurea per veder perfettamente realizzato, in maniera composta e radicale, questo suo progetto, il quale, a lungo andare, potrebbe davvero rivelarsi come una rivoluzione copernicanana per ciò che concerne il cinema, specie per il suo volgersi verso se stesso; As without so within* (USA/Messico, 2016, 24'), infatti, è molto più di un film-saggio o un film teoretico sul telecinema: esso è, di fatto, un film fenomenologico, e lo è nell'accezione più rigorosa del termine, qual era stata chiarita, ad esempio, in Viveros (Messico, 2014, 7') prima e ne Le visible et l'invisibile (Messico, 2015, 6') poi. La fenomenologia viene per l'appunto qui assunta quale estremo modo d'intendere il cinema, il quale, sussistendo comunque di per sé, può aprirsi in una breccia che si spalanca nell'esistenza di colui il quale gli s'appresta. Con ciò, naturalmente, non si vuole imbastardire la fenomenologia con l'esistenzialismo, che è anzi un po' la morte della fenomenologia; piuttosto, e molto più costruttivamente ancora, è precisamente la fenomenologia come metodo che realizza il proprio oggetto nel farsi tale, cioè metodo. Il telecinema, in questo senso, è, sì, un metodo, un modus operandi, ma proprio in quanto tale esso pone la propria immagine. Fenomenologicamente, non si dà immagine senza che questa sia costituita da un metodo che ponga la domanda di cui l'immagine non è la risposta ma l'atto stesso del domandare. Fenomenologicamente, cioè, l'immagine non viene data per il fatto stesso che il suo darsi all'interno di un metodo è il metodo medesimo. Il cinema, dunque, come metodo. Ma metodo fondamentalmente infondato o, meglio ancora, fondato da un'infondatezza che rimane ad esso costitutiva. Il telecinema, in questo senso, è un metodo di fare cinema, e perciò il cinema si risolve in esso, poiché non si esaurisce in esso. Che cos'è il telecinema? Per la Laborde, il telecinema è un metodo cinematografico, quindi una ricerca dell'immagine, e l'immagine viene a darsi all'interno di esso, ma questo «all'interno di esso» dev'essere pensato in maniera propria e definitiva, poiché il metodo (il telecininema) precede l'immagine: cinematograficamente, il metodo si pone sul vuoto. L'immagine lo precede, ma solo attraverso un metodo può esservi l'immagine. Che, come tale, non è il cinema. Il cinema, infatti, non viene a compiersi nell'immagine filmica; semmai, è l'immagine filmica che, compiendosi, mostra la sua finitudine rispetto al cinema, che lo eccede da tutte le parti. In termini merleau-pontyani, non si tratta di rendere visibile l'invisibile, ma di rimandarsi attraverso il visibile all'invisibile che fa trama col visibile. La «follia della visione» di cui parla Marleau-Ponty è precisamente questo: guardare il mondo e, con questo sguardo, essere rimandati a sé, quel sé che non possiamo vedere poiché macchia cieca dell'occhio, occhio che non si vede. Quel che accade in As without so within, insomma, non è tanto la spettacolarizzazione del roccioso né, tantomeno, la decodificazione di una fibra cinematografica attraverso il telecinema. Bisogna anzi seguire rigorosamente Manuela de Laborde in questo suo percorso, e così appare chiaro che, tutto sommato, l'immagine, quale viene a darsi in termini filmici, non è tanto palesante un processo di codificazione/decodificazione bensì è il processo stesso che si palesa in essa, per essa, e sta qui l'importanza di un film simile: nel restituire, cioè, potenza e valore al gesto piuttostoché all'immagine, all'indefinito cui il definito non può che rimandare senza con ciò risolverlo o esaurirlo, pena il suo stesso esaurimento, la sua perdita.


* Questo film è ancora inedito. Ne scriviamo nel momento in cui abbiamo avuto la possibilità di avere un'anteprima.

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