A film, reclaimed



Non uno, non due, non n voci popolano il film di Ana Vaz e Tristan Bera, quelle scritte nei titoli di coda, ma molteplicità che si alimentano tra loro, che avevano un certo valore, una certa diversificazione negli scritti, presi singolarmente, ma che vengono qui raccolti come se fosse un unico testo, dando nello stesso tempo qualcosa di più a tale testo, che è appunto il film stesso. A film, reclaimed (Brasile, 2015, 19') è infatti una sorta di manifesto politico dove chi accusa e i colpevoli sono sempre gli stessi, perché, come in fondo sottolineano i due registi, la questione sull'intorpidimento dato dal capitale, i disastri ambientali, lo sfruttamento, la lotta di classe che si è trasformata in una lotta unicamente a livello mondiale, l'inquinamento chimico, un femminismo che manca di rappresentanti, sono tutte dimensioni della stessa realtà. Ma non basta ancora, perché A film, reclaimed non è solo un manifesto politico, o meglio ancora, lo è non solo per questo, per reclamare e fare politica. Non ci ritroveremo con un dvd in mano nelle piazze a urlare l'ormai saputo, a bruciare simboli, a lanciare pietre. Ana Vaz e Tristan Bera questo lo sanno bene e lo sanno talmente bene che non vogliono proporsi come divulgatori di idee quando queste sono già state stampate, nemmeno tanto in fondo alle librerie, non vogliono reclamare quello che si impara già alle scuole elementari, non vogliono dirci di fare la raccolta differenziata, non vogliono risvegliare le coscienze. Le bombe, nel loro caso, sono fatte da film. Chiariamo il fatto che i vari frammenti di film presi in considerazione per formare il cortometraggio in questione sono particolarmente legati tra loro o almeno lo sono con il discorso che si sente in tutto il film. Ma allora ci chiediamo perché continuare a riprendere discorsi e film di altri, cose che sono particolarmente e in qualche modo, nel loro intento, una critica sociale, una critica all'umano, alla realtà. Il punto non è tanto che certi problemi sono già stati detti, visti, concretizzati, immaginati, eccetera, il punto è che non hanno alcuna carica sovversiva, sono solo uno delle tante cose che sono nel mondo e allora mettere insieme i vari discorsi può significare per alcuni far vedere che si sta parlando, anche se in vario modo, di un'unica cosa o può significare che non è stato detto abbastanza o che non è stato capito abbastanza, ma sono tutti discorsi inutili, perché la maggiore consapevolezza ha portato a un'ecologismo che fa a dir poco ridere se pensiamo all'inquinamento della grande industria, ad esempio. La questione non riguarda la responsabilità di ognuno, il fare nel nostro piccolo giardino, non è il consumo consapevole, non sono le balle dei vari politici: A film, reclaimed è un atto politico e lo dice chiaramente di esserlo tra le righe, tra le parole dette, tra le immagini già macinate di film, possiamo dirlo, pseudo-politici perché in loro già tutto è dato. A film, reclaimed ti mostra tutto, ti dice tutto, ma non cerca una maggiore consapevolezza, non cerca di chiederti una maggiore responsabilità, come se fosse un qualcosa di esterno, dato: no, noi siamo nel mondo e siamo il mondo stesso, noi siamo una parte della natura, non dobbiamo responsabilizzarci, non dobbiamo diventare qualcosa, raggiungere una certa meta, ma semmai dobbiamo essere noi stessi, il che potrebbe suonare strano, e in effetti lo è, essendo già noi stessi. Prendiamo posizioni, le attuiamo o meno, ma ci perdiamo in una politica che non sovverte nulla o poco meno e l'unica cosa che manca, in A film, reclaimed, è una propria immagine ma perché questa, ed è probabilmente ciò che dà maggiormente valore al film della Vaz e di Bera, non c'è, o è ardua da trovare, o forse non si darà mai ma si differirà sempre, sfuggirà sempre e forse è l'unica immagine possibile e che si può dire tale o si fa tale e che potrà concernere l'immanenza. Questo è probabilmente l'atto più politico, ricercare un'immagine che non troviamo e che i due registi cercano di far intuire nel marasma di informazioni e di frammenti di altri film, di altre immagini di cui siamo saturi. Dobbiamo politicizzare tutto, viene detto, a un certo punto del cortometraggio, noi stessi per primi e l'atto politico non può che essere cinematografico, di un cinema che è effrattivo e in questo opera delle trasformazioni, attua delle differenze, crea movimenti e li fa scatenare, scontri continui che ritroviamo tra le scene e tra le parole di questo manifesto che può avere la sua potenza se inteso cinematograficamente.


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