26 Pulse Wrought - Vol. I Windows for Recursive Triangulation



Se il cinema si limitasse a informare l'individuo non sarebbe chiamato cinema e così il documentario non sarà da intendersi come semplice trasmissione di informazioni. Possiamo pensare ad esempio ad alcuni di essi, come The Prison in Twelve Landscapes (Canada, 2016, 87'), di cui abbiamo appena scritto, il cui carattere dimostrativo non è solamente tale ma contiene e coesiste con il mostrare qualcosa che sfugge così alla ripetizione di qualcosa che era presente altrove, mero stampo cinematografico. Così, alla stessa maniera seppur diversamente, possiamo parlare del primo di nove film di Andrew Busti, il cortometraggio 26 Pulse Wrought - Vol. I Windows for Recursive Triangulation (USA, 2014, 3'). Infatti, il film si presenta come una specie di trasmissione di un messaggio, il che è anche spiegato come introduzione all'inizio e dunque un frame risulta essere l'unità base di misurazione del tempo nella trasmissione del codice, quindi un qualcosa che serve per rappresentare quello che sarà ad essere il messaggio. Ma il cinema, dicevamo, non si limita o non informa e questo, Busti, lo sa bene. Facciamo un salto. Il Volume III è dedicato espressamente all'inefficacia delle parole. Ma per dimostrare questa inefficacia non possiamo limitarci a basarci su una dimostrazione: il cinema mostra e col suo mostrare non trasmette, ritornando al primo film, prove o altri simboli ancora. Il cinema non rappresenta proprio niente, al contrario del codice. Questo primo film per mostrare l'ineffabile mostra qualcosa e lo mostra giocando come se i fotogrammi fossero il codice stesso per eludere il motivo per cui si ha un codice, quindi la segnalazione di informazioni, le quali non riescono e non possono rimanere contenute nelle parole, l'informazione sfugge all'informazione stessa e nel mentre mostra un resto che non è forma, ma si suol dire informale, al privativo. Busti utilizza un codice che non ci ha informato ma piuttosto, forse e probabilmente, destabilizzato, perché il film è uno shock, non tanto di contenuto, ma a causa di una forma che forza i limiti non solo percettivi e che quindi riguardano strettamente chi lo vede, ma anche i limiti del film stesso, il quale si trova così ad essere contenuto in quel determinato tempo, ordinato ma nonostante ciò vagante, continuamente, come ciò che propriamente non ha spazio che lo contenga. Il film è una madre cattiva, respingente. Il film però è anche ciò che, allentando le prese su un certo tipo di coscienza che ci permette le normali attività, permette l'esplorazione, in questo caso solare. Seguiamo così il sole, che si fa nello stesso tempo ciò che illumina e permette la visione e ne permette pure i suoi riflessi, e oggetto di visione. Ma ciò non basta e non basta nella misura in cui abbiamo perso il lato comunicativo, seppur senza messaggio, che è proprio del film. Con questo non vogliamo intendere il cinema come qualcosa che trasmette qualcos'altro - alla maniera becera di chi parla di quanto lo abbia emozionato il film e quanto gli abbia trasmesso a livello emotivo, sentimentale eccetera - ma qualcosa che semmai si ha come evento e da qui l'interazione coestensiva tra chi vede e il film è sì, esperienza, ma non ha carattere psicologico, il che rimanderebbe ad un senso privato e interpretativo. Il sole ci posiziona, permette di coordinarci nel mondo, anche se abbiamo perso tale modo di vederlo, che viene però ripreso da Busti, seppur schizofrenizzandolo ma riuscendo comunque a renderci presenti e, immanentizzando il gesto filmico, a farci percepire non tanto un linguaggio quanto piuttosto una connessione e - ancora - un'esperienza panica...


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