This existence is material



Sasha Waters, sotto lo pseudonimo di Denise Kaufmann, con This existence is material (USA, 2003, 10') tenta una sorta di narrazione, che sfocia in parte nella delineazione della costruzione della stessa, cosa necessaria per l'intento di questo suo cortometraggio, uno dei primi nell'ambito sperimentale della regista. Se un anziano scrittore e una giovane regista si possono scrivere all'inizio del secolo, questo non significa solamente creare una storia per cercare infine un altro piano, quello della narrazione filmica, per supportare una comunicazione tra generazioni, anzi. È certo che storie quantomai improbabili seppur possibili sono belle da raccontare, nel tentativo di immergersi in un altro mondo possibile, così come la storia del poeta anti-fascista degli anni trenta risuona in maniera molto eroica e battagliera anche ai giorni nostri, ma quello che cerca di dire questo cortometraggio sembrerebbe andare oltre il racconto in sé, così come la sua utilità sociale come mero ponte generazionale o come tentativo di mostrare l'andamento all'unisono tra lo sviluppo sociale e quello tecnologico. Se vediamo altri cortometraggi di quegli anni della regista, in questo senso spicca A as in alpha gain (USA, 2004, 5'), in cui viene rimaneggiato un vecchio film che aiuta nell'acquisizione dell'alfabeto inglese. Qui, non è tanto il metodo del ritmo musicale che facilita l'acquisizione dell'alfabeto a interessare - cosa ormai nota a tutti gli educatori - ma anche e soprattutto un discorso di supporto didattico che fin dall'infanzia è digitale. Il punto sembrerebbe un tentativo di mostrare ciò che è già evidente e che concerne quindi il doppio movimento sociale e tecnologico, che non solo è coestensivo ma anche precedente alla nostra stessa esistenza, come ciò che si colloca in un determinato spazio-tempo e che non tanto subisce ma incarna l'esperienza del periodo. Di ciò Sasha Waters ha pienamente coscienza e non fa che renderlo evidente fin da questo This existence is material, nel tentativo di mescolare un certo spazio-tempo con un altro, non per fare opera di sottrazione tra i due termini al fine di far risultare una differenza, la quale non farebbe altro che sottostare a una visione del tempo come qualcosa di lineare, in una scala in cui inevitabilmente si potrà delineare uno sviluppo, ma la Waters cerca di scombinare i punti per ricomporli e renderli non tanto più visibili o maggiormente coscienti, come se il film fosse un tentativo di illuminazione sugli eventi, ma più semplicemente ricerca dei collegamenti e delle associazioni lì dove non ne vediamo, ma questo nostro non vederli non concerne la loro difficile acquisizione e visibilità, quanto piuttosto il fatto che l'evidenza, anche lì dove è materiale, esperenziale, è formata anche da ciò che è invisibile ed è data solo a degli occhi innocenti. Ecco, forse, l'interesse che Sasha Waters dedica in particolar modo all'infanzia durante la sua carriera cinematografica e fin da This existence is material. Un'innocenza che non risulta essere particolarmente specifica dell'infanzia, come sua caratteristica propria, o per meglio dire, non coincidono necessariamente per quanto riguarda l'immagine. Un'innocenza che non deriva tanto da una visione che concerne le prime volte, piene di stupore, perché anche qui si può essere ingannati, e quindi di rimando è un'innocenza che non coincide con l'ingenuità. Ci sembra così piuttosto che Sasha Waters sia maggiormente incline a una sperimentazione che passa attraverso l'infanzia come modo di vedere un invisibile che non ha nulla di romantico, che attornia l'esperienza, ogni sua materialità costitutiva e che si può avere nell'infanzia e che in qualche modo la eccede, non fermandosi a essa, o meglio, con essa si ferma ma non perché viene a mancare l'infanzia, quanto piuttosto perché non è sua prerogativa, è ciò che si ha in essa e non solo in essa, e la si perde o non la si ha mai. La Waters ci sembra ricercare forsennatamente questo qualcosa degli inizi e lo fa esplorando la maternità in tutti i suoi aspetti ed è a partire da questo This existence is material che vediamo, per la prima volta, l'uso della narrazione ma solo per svelarne la costruzione, narrazione che verrà in parte accantonata per far emergere, nell'epilogo, una realtà che non le è contrapposta ma vive ovunque intorno a essa.



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