The world



Andando a ritroso nella filmografia di Takashi Makino troviamo questo mediometraggio, The world (Giappone, 2009, 50'), il quale se non lo vediamo come un punto di svolta o un'anticipazione o ancora un punto singolare a sé stante, è solo perché il tutto non significherebbe null'altro che una storicizzazione di un regista che abbiamo trattato svariate volte e che comunque non vorremmo trattare linearmente nonostante le concettualizzazioni fatte attraverso i nostri scritti. Tutto ciò per dire, semplicemente, che ogni film di Makino è un'esperienza che vale di per sé e quindi non vorremmo collocare The world in una filmografia, di qui il pensiero che il nostro andare a ritroso non è da considerarsi tale, perché guardare al 2009 significa comunque compiere una svolta in avanti. Così, se, ad esempio, in Cinéma concrete (Giappone, 2016, 24') si trattava di mostrare come l'immagine sia la variazione, il cosmo, in The world non abbiamo un passo indietro mostrando, sostanzialmente, il mondo come la sinergia dei quattro elementi, alludendo la considerazione che il cosmo sia il fine ultimo al di là della quale non si possa andare. Certamente, l'ultimo film del giapponese va oltre altrettanti capolavori quali 2012 (Giappone, 2013, 30'), in cui si trattava invece di mostrare come l'immagine possa essere variazione infinita, palesando così la sua somiglianza alla variazione cosmica, ma l'interesse makiniano è sempre stato un lavoro sulla pellicola che potesse far mostrare un possibile del reale e mostrarne sempre più, facendolo emergere ancora e ancora. Prendiamo, per iniziare, il continuo riflesso di The world. Innanzitutto è necessaria una superficie perché ci sia riflesso e in effetti il film è una continua variazione della superficie, anche lì dove si presenta come stratificato, ritroviamo tutto in un unico piano di registrazione. Superficie più superficie continua a dare una superficie, la quale continuamente scorre ed è proprio questo scorrere perenne di superfici che mostra riflessi che fanno parte di una delle superfici e che rimandano alla luce stessa non vista come condizione ma come un qualcosa che esiste di per sé e che fa parte anch'essa di una delle superfici. Ma non solo luci dicevamo, anche riflessi appunto, i quali anch'essi esistono di per sé: persino il riflesso delle ombre non è una mera copia ma sussiste e insiste di per sé nella superficie. Detto questo, arriviamo al punto cruciale, perché se l'immagine nell'ultimo Makino è la variazione, il cosmo, questo non è un al di là del mondo o meglio non è proprio un al di là, in quanto il mondo è sostanzialmente un dentro del fuori: se il cosmo è il fuori per eccellenza, ciò che è solo fuori in quanto non ha esterno, il mondo è una sua piega, e dunque un dentro del fuori, ma è anche ciò che può, attraverso l'immagine cinematografica, variare e sfiorare il fuori. C'è un momento, uno spazio intensivo probabilmente, in cui le velocità infinite del cosmo e quelle finite del mondo si incontrano. Non è propriamente un incontro tra due cose e nemmeno un divenire del virtuale, ma si tratta proprio di quello che mostra The world e che abbiamo voluto esplicitare prima, perché quel mostrare i componenti o elementi della terra come superfici e riflessi poneva il nostro sguardo non come linea immaginaria tra me e lo schermo, ma come qualcosa che più propriamente avvolge il film e si fa avvolgere, e questo nel tentativo di non ergersi a spettatore ma divenendo un tutt'uno con il proprio sguardo, cosicché il mondo di Makino faccia parte di noi e noi facciamo parte di lui, pur nella nostra indipendenza supposta tale rispetto al film. The world quindi in questo senso diventa l'incontro tra il cosmo e il mondo e dunque l'immagine, ad esempio, del mare come ciò che mostra un molecolare variante, si incontra con la registrazione della variazione cosmica, e qui l'immagine non può che avere una sorta di torsione, implodendo e facendosi, a tratti, variazione essa stessa, ma non alla maniera di Cinéma concrete, piuttosto continuando ad ancorarsi a quel mondo da cui non tanto dipende ma coesiste con esso. Ecco la particolarità di questa grande opera di Makino, nella quale non tanto ritroviamo qualcosa delle opere precedenti o a seguire, ma sarebbe meglio dire che ci ritroviamo in essa: noi, in quanto soggetti-cosmici, perché qui non saremo e non potremo intenderci come qualcosa di privato o strettamente personale, appartenenti a un mondo concreto e definito, ma come coloro che si ritrovano parte di una sorta di delirio cosmico immanente al mondo stesso.


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