Seasons...




(a Morgan Menegazzo...)

Seasons... (USA, 2002, 16') è il solo lavoro in cui Brakhage e Solomon abbiano collaborato. È stato realizzato un anno prima della morte del padre putativo del New American Cinema, che morirà nel suo letto, graffiando le pellicole di Chinese series (USA, 2003, 2'), di tumore, forse dovuto agli acidi e ai coloranti con cui trattava le pellicole stesse; tuttavia, sarebbe effettivamente troppo frettoloso sostenere che il regista di Dog Star Man (USA, 1961-1964, 74'), Unconscious London Strata (USA, 1981, 22') e The mammals of Victoria (USA, 1994, 34'), sia morto per il cinema: possiamo semmai affermare che egli si sia esaurito nel cinema, e questo ci sembra già abbastanza denso di significato quanto arrischiato. Eppure, a noi piace pensarla così, e non tanto per un vezzo nostro, di romanticismo post-adolescenziale; la pensiamo così perché effettivamente il cinema esaurisce - e non può che esaurire. Certo, il possibile emerge, ma questo possibile finisce comunque per realizzarsi, e la sperimentazione punta proprio all'esaurimento di tutto il possibile, che altro non è se non la proliferazione, spasmodica e a velocità infinita, di tutto il possibile, che l'immagine brucia, ne fa come gasolio per il suo essere, per il suo proprio esistere. Esistere dell'immagine che, nel caso di Brakhage, era precisamente l'esistere suo medesimo, l'essere dell'immagine come l'esistere di Brakhage in un persistere che era come in comune, condiviso in una strana, quasi mistica indiscernibilità di Brakhage e dell'immagine, il che, naturalmente, non gioca a favore di un'autorialità o, peggio ancora, di una paternità di Brakhage nei confronti dell'immagine, e questo lavoro a quattro mani sembra dimostrarlo appieno; Seasons... è infatti l'immagine radicalmente brakhagiana essendo di per sé Brakhage stesso quell'immagine, quasi che esso si trovasse in essa o, meglio, che il suo possibile, tutti i possibili di Brakhage andassero a realizzarsi in quell'immagine da cui poi Solomon, solo apparentemente lontano qui, come vedremo, dai suoi capolavori, come ad esempio Rehearsals for retirement (USA, 2007, 11') e Last days in a lonely place (USA, 2008, 22'), avrebbe fatto proliferare, emergere altri possibili ancora, sì da perpetrare, da ostendere, da prolungare questo fiato vitale che è il fiato dell'artista come di Dio, ovvero il fiato del bambino in Window water baby moving (USA, 1959, 13'), di cui Laborit attesta la solitude cosmica che lo pervade intimamente quando il vento gelido del mondo gli batte per la prima volta sulla nuca. Non è un caso, dunque, che il film proceda ciclicamente, attraverso il moto delle stagioni e identicamente a esso: Brakhage graffia, dipinge la pellicola, e Solomon la rifotografa, la illumina, fa subire ad essa un ulteriore divenire, coestensivo al precedente. Sono così due cicli quelli che vanno a sovrapporsi in Seasons..., quasi che il tempo non potesse dirsi se non biunivocamente, addensandosi su stesso: picchi di presente, falde di passato - direbbe Deleuze - ma qui c'è qualcosa di più, qualcosa che non ha nemmeno più a che fare col tempo del calendario; è, questo, il tempo della stagione sovrapposta, della stagione, ad esempio la primavera, che è doppiamente se stessa, e allora il taglio scarno di Brakhage s'intensifica, s'addensa appunto nelle luci e nel montaggio di Solomon, e il risultato è come un pieno, ma questo pieno è un'ulteriorità, qualcosa che è cioè composta da una stagione, la primavera, e da un'altra stagione ancora, un'altra primavera ancora, sovrapposta alla prima. Sono due vite, quelle presenti in Seasons.... Due vite che subiscono una temporalità identica, come tutti. Certo, il tempo è il medesimo, ma il tempo si dice sempre nell'incarnazione o, al massimo, dell'incarnato, che è la vita, e allora la vita di Brakhage e quella di Solomon appartengono, sì, a una medesima temporalità, ma il fatto che siano due vite, più che biforcare il tempo, lo addensa, lo raccoglie per intensificarlo, com'è peraltro dimostrato dall'altra grande opera di Solomon, Still raining, still dreaming (USA, 2008, 12'), nella quale emerge potentemente l'amicizia, dunque l'eternità, condivisa con Mark LaPore. Sono due tempi, e il tempo della mortalità è allora fregato, fottuto, perché non si tratta più di rimandare la morte, di posticiparla, di trovare nel tempo quella soglia d'intensità che non trascorre ma s'addensa semplicemente. Due vite, due procedimenti: un tempo, un unico film. E il tempo scorre per estensione, ma intensivamente il tempo si dà pienamente, e quello che emerge in Season... è precisamente il carattere qualitativo più che quantitativo del tempo. Spinozianamente, l'essenza è il residuo ultimo, la potenza piena e pura che non è più affetta e non può più essere affetta al momento della morte: al momento della morte, ecco, là v'è la perfezione, ma questa perfezione viene data nel momento in cui la morte sancisce l'essenza pura, è cioè la fine di tutte le affezioni, al di là delle quali non rimane che la potenza pura, ovvero l'essenza (Eth. V 21p). Brakhage e Solomon, addensandosi nel tempo, non fanno che produrre quest'intensità indissolubile intestina al tempo stesso: due vite che vivono il medesimo tempo, ma allora l'incontro di queste due vite non può che produrre un'intensità infinita che è una purezza che sfugge alle affezioni, allo scorrere del tempo. Il tempo scorre, ma scorre per le due vite prese singolarmente, poiché insieme le vite non appartengono più all'ordine del tempo ma, per continuare nel vocabolario spinoziano, hanno già a che fare con la Beatitudine, con l'intelletto piuttostoché coll'immaginazione (Eth. V 40c). Quello che ne risulta è così un'immagine piena, un rosso che luccica alla fine, d'estate. È un film che non abolisce certo il tempo, ma ne concepisce la più intima e profonda essenza, che è intensiva piuttostoché estensiva: è la qualità del tempo che conta, vivere bene, piuttostoché la quantità di una vita, una vita lunga e magari imbarbarita dalla noia, da una cura limitante e priva di picchi o d'eccellenze: Brakhage morirà di tumore, e forse questo tumore è dovuto proprio agli acidi e ai colori che usava per trattare le sue pellicole; ne resta, dunque, un esaurimento di Brakhage nella pellicola e, contemporaneamente, un persistere intensivo, essenziale di Brakhage nella pellicola medesima, la quale, data trapassando il corpo di Brakhage per sua stessa ammissione, ne conserva l'essenza, la sua potenza più pura, che è potenza infinita, perché possibile di tutti, priva d'un oggetto o un fine cui tendere. È la potenza di Dio, la potenza dell'artista. Ed è questo che, in ultima istanza, rimane di Season..., non la possibilità di un'amicizia ma un'amicizia vissuta, quindi un'amicizia di possibilità continuamente emergenti. Di Brakhage, Solomon conserverà magnifici e toccanti ricordi, come ad esempio questo, ma è - crediamo - proprio con Seasons... che la loro amicizia potrà darsi in quanto tale, perché che altro è l'amicizia se non due vite in un tempo solo, la possibilità estrema di intendere il tempo intensivamente, d'addensarlo così tanto da riassumerlo nell'attimo d'eternità che è tale perché non trascorre, e non trascorre perché il tempo non ha più niente a che fare con l'estensione? e cosa può il cinema, oltre a questo? oltre ad esprimere esperienze d'eternità?

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