Light night



È da un po' di tempo che seguiamo i lavori di Enzo Cillo e la cosa ci ha dato nei mesi molta soddisfazione, non fosse altro per lo sviluppo che questi hanno avuto in un'esplorazione sull'oscurità come condizione dello sguardo che sembra avere in Light night (Italia, 2016, 11'), ci permettiamo di dire, un dispiegamento sostanziale. Oscurità che non è mai totale, ma del resto non si tratta mai di rendere totalizzante qualcosa, piuttosto di renderlo evidente rispetto a qualcos'altro, quel qualcosa che si riprende insieme all'oscurità stessa e che soprattutto qui non emerge tanto come reale dalle profondità, ma è la stessa profondità a emergere, a essere centrale e sostanziale. Oscurità, dunque, non come sfondo o fondo di una condizione esistenziale propria della materia, piuttosto oscurità che emerge di per sé e che diventa fondamentale per lo sguardo e condizione dello stesso. Come in Blackout (Italia, 2015, 10') troviamo una riduzione (non in senso spregiativo) di alcune immagini a icona e nell'ultimo cortometraggio queste icone sembrano ancor più fortemente sussistere sull'oscurità per la presenza di un mormorio dapprima anonimo e che poi via via diventa sempre più ingombrante, andando a scatenare tutta la potenza di una tenebra che non è propriamente qualcosa da intendere al privativo, come mera assenza di luce, come ciò che toglie visibilità alle cose, ma è resa come colei che permea il tutto. Siamo distanti dagli studi sulla luce, ad esempio, di Sarah Pucill in Blind light (Regno Unito, 2007, 22'), dove è la luce ad essere condizione di visibilità delle cose e loro variazione. In questo senso, è proprio Cillo a capovolgere la questione, perché, per corrispondenza, dovremmo dire che lì, dove la luce acceca, non ci sia che un'oscurità dello sguardo come ciò che non può vedere nell'intensificazione della luce e dunque della visibilità totale, scaraventando così ogni nostra certezza su ciò che è condizione dello sguardo. Detto questo, crediamo tuttavia che Light night si possa maggiormente rifare a In the dark and deep part of the night (Italia, 2015, 10'), il che non significa che ci siano delle citazioni o segni particolari, solamente che gioca un po' come continuazione. Ciò lo si può capire se consideriamo il lavoro precedente come ciò che mostra degli spazi vuoti, abitati da fantasmi, spazi che in qualche modo circondano l'unico individuo rimasto, che a loro appunto sfugge per individuarsi come soggetto, nel tentativo di non scomparire e di esistere nuovamente ponendo un nuovo sguardo sulle cose, coesistendo con esse. L'oscurità in questo senso si stava mostrando in tutta la sua potenza, ma non era ancora così potente, non era ancora stata dispiegata. In Light night, questi spazi sono inghiottiti dall'oscurità che diventa essa stessa spazio estensivo, perdendo così le coordinate proprie di tale spazio, assumendo ora una forza e una consistenza maggiormente intensiva. Un'intensità che è, fin dalle prime immagini di un bosco, di natura effrattiva, a discapito delle icone, oggetti storicizzati ma che si confondono con l'echeggio di una voce popolare, lo stesso popolo che costruisce opere e maneggia gli oggetti, le cose della natura, in un'evoluzione tecnica perenne che è prima di tutto sociale. Ma sbagliamo a pensare che questi discorsi rientrino nel cortometraggio se non solo sfiorandolo appena, perché questi mormorii umani non sono altro che ciò che si può considerare accanto ai mormorii del bosco, delle rocce, del vento, le stesse nubi che ci vengono incontro sembrano avere una loro voce. È nell'ultima, quasi agghiacciante, scena che vediamo qualcosa che ci sconvolge. Sarebbe meglio in realtà dire non propriamente di vederla ma piuttosto di esperirla, il che implica molte cose, tra cui, per esempio, la mancanza di una divisione tra chi guarda e chi si fa vedere. Lo vediamo da noi questo, perché la scena stessa è come se fosse un occhio ma non per la corrispondenza immaginativa, ma proprio perché è l'occhio stesso e in questo senso lo diviene tutto il cortometraggio. L'occhio non è della videocamera ma bensì il nostro e con nostro intendiamo dire di tutti, soggetti animati e non: la scena diventa così non ciò che è ripreso, non lo schermo stesso, bensì tutto ciò che eccede tale schermo e che va da noi a quel bosco, in un movimento panico e immanente di tutte le cose. In Light night, l'oscurità implode, risucchiando il tutto e ritrovandoci così, noi e il mondo intero, come trapassato da una nuova luce, la luce dell'oscurità, da cui poter vedere ed esperire in un modo che è davvero differente.


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