Il quarto giorno di scuola


Ciò che mostra Martina Melilli con Il quarto giorno di scuola (Italia, 2015, 5') ha a che fare con qualcosa che possiamo dire preceda la Storia e che mostra l'immagine diversamente da come comunemente è intesa, ovvero come colei che riproduce rappresentando le cose del mondo. Infatti, vediamo subito come questo cortometraggio attraversi vari tempi e varie storie, intrecciandole tra loro, stratificando il film, il quale si costituisce come colui che può e riesce a far emergere vari archivi audio-visivi. Una voce che si presenta in prima persona singolare e che racconta la sua esperienza migratoria dall'Africa all'Italia, e che incontra difficoltà tali per cui, possiamo dire, queste si possano inscrivere in un impersonale che immediatamente si rifà a una condizione collettiva e sono proprio le immagini a rendere evidente il sottile collegamento tra periodi e popoli diversi. Una migrazione insolita che rimanda a uno spostamento che nelle carte burocratiche si presenta fatto da zona italiana a zona italiana e che mostra subito l'incapacità della burocrazia, seppur provandoci, a ordinare e definire in modo ottimale una realtà stratificata e continuamente diversificata. La sua diversità con gli altri italiani, subito rimarcata, evidenzia una formazione dell'identità che è soprattutto e principalmente territoriale, prima di essere banalmente linguistica, mostrando così come il regime linguistico sia deficitario nel caratterizzare la soggettivazione come processo, evidentemente formata da altro che non è prettamente linguistico. Questa soggettivazione porta a riconoscere una diversità che riguarda vissuti ed enunciati che si incarnano in un viso che si riconosce immediatamente diverso ed ecco che subito gli apparati di cattura - la scuola, l'ospedale eccetera - ricercano parametri di normalizzazione per livellare ciò che viene da lontano. Ma è proprio mentre il racconto di tutto questo procede, che varie immagini si presentano e si rapportano con esso, mostrando un contenuto più generale, la migrazione, e qualcosa di più astratto ma che non per questo non appartiene alla materia (materia che non è solo ciò che è esteso ma anche ciò che presenta intensità, gradi di potenza). Materia che presenta varie diversificazioni, andando a formare in ultima istanza movimenti migratori di vari tempi, fatti in vario modo e che presentano varie facce, pur facendo emergere ciò che li unisce, ovvero quel sentimento di emergenza che rompe l'omeostasi della singola persona e che risulta essere nel film della Melilli soprattutto della collettività. Vari concatenamenti vengono operati in seno al desiderio della regista di mostrare la coestensione, non solo di ciò che riguarda la società e l'individuo, ma anche le sue trasformazioni tecniche, le quali occupano dunque un punto essenziale, non solo per lo sviluppo tecnologico, ma prima di tutto per lo sviluppo sociale, di cui i movimenti migratori fanno parte. Il quarto giorno di scuola non si pone come mero ritrovamento archeologico di testimonianze orali e visive, anzi cerca di dare loro nuove micro-percezioni, di rendere queste testimonianze presenti e lo fa grazie alla creazione di nuovi rapporti, combinando serie che prima non apparivano convergenti ai nostri occhi. Mescola così il passato personale e collettivo con un presente in cui nascono situazioni ancor più discriminanti e discriminatorie, private e collettive, crea nuovi punti e snodi, grazie anche a un semplice disegno che funge da fulcro di creazione e che aiuta e sorregge un tentativo di espandere il già vissuto, il semplice ritrovamento, in cui le diversità di incontrano in un modo che non appartiene al film come ciò che risulta essere meramente astratto, gioco intellettuale e utopico ma concerne, ancora una volta, la materia. Il film viene così a essere creazione di uno spazio formale in cui contenuto ed espressione si fondono, e in cui i nuovi punti creativi e i nuovi concatenamenti creati producono un nuovo spazio eccedente così la forma, diventando materia come ciò che non è meramente estensivo ma anche intensivo, formato cioè da quelle micro-percezioni e da quei rapporti che nel film trovano spazio e che spingono ed effettivamente eccedono lo schermo cinematografico. 


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