Eldorado XXI



A Salomé Lamas non basta fare ritratti, non tanto perché questi possano risultare superficiali, anzi ha sempre cercato di vagliare tutta la superficie delle cose ed è proprio per questo che riusciamo a vedere così bene ciò che la regista mostra di La Rinconada y Cerro Lunar, territorio delle Ande peruviane. Con Eldorado XXI (Portogallo, 2016, 125'), infatti, ciò che viene mostrato è esattamente ciò che si mostra e questo implica il fatto che non consideriamo e non vogliamo dividere il film nelle due cosiddette parti, la prima composta da un unico piano fisso sui lavoratori delle miniere d'oro di quel territorio e la seconda che riunisce varie scene, come quelle che riguardano lavoratrici della coca, ad esempio, o rituali religiosi e festivi. Non vogliamo considerare la divisione se non come qualcosa di puramente formale, perché ci sembra che la Lamas faccia un discorso che non è solo prettamente socio-politico, con scorci paesaggistici mozzafiato, ma che il suo sia un discorso soprattutto cinematografico, che concerne cioè cosa possa il cinema, non tanto mentre e quando riprende situazioni come quelle della Rinconada, territorio solo apparentemente inospitale, certamente duro, ma quando mostra un intero pullulare di vita e tradizioni, che se non fanno da alleviamento delle sofferenze di duro lavoro è solo perché non consideriamo la vita religiosa, o più in generale, culturale, come una cosa a parte. Non si tratta solo di integrare ma del fatto che una parte non vive senza l'altra e non solo, non si tratta, appunto, di lenire ma piuttosto della costituzione della vita stessa, perché altrimenti si rischia di cadere in un etnocentrismo ignorante che non ha nulla a che vedere con il cinema, almeno quello della Lamas. Se prendiamo la scena del piano fisso sul lavoro incessante e ripetitivo dei minatori, ci accorgiamo subito che le storie che vengono raccontate non sono slegate dalle immagini, ma fanno parte di esse proprio come substrato e in fondo le storie legate alle persone non tanto sarebbero state più crude se aderenti all'immagine, ma sarebbero state intese in un modo troppo personale: ciò che ci sembra voler affermare la regista sta proprio in questo, e la prima e la seconda parte sono così strettamente indivisibili da non sussistere in quanto divisione, perché, anche se presentate in modo diverso, mostrano come tutto sia non solo collegato in un unico piano di immanenza ma come la vita di una persona sia strettamente legata al territorio, così come quella della comunità. In Eldorado XXI ci sembra quindi che il territorio sia al centro di tutto il film, territorio inteso come tutto ciò che concerne La Rinconada, ovvero la sua geografia, il suo popolo, la sua situazione politica più ampia, così come i suoi riti religiosi. Uno non esisterebbe senza l'altro. Questo ci pare chiaro e la Lamas non fa che mostrarlo con una sensibilità cinematografica propria di quel cinema etnografico che ricorda un po' il Ben Russell migliore, come He who eats children (USA, 2016, 25') o Greetings to the Ancestors (USA, 2015, 29'), un cinema che non ha pretese di spiegare un popolo, che non si pone come trascendente e che lo dimostra senza dimostrare ma mostrando semplicemente e che possiamo dire al limite che opera un dispiegamento del luogo, mostrando le varie ondulazioni che lo formano. Una politicità, quella della Lamas, che non è presa politica, ma che è immediatamente cinematografica, concernente quindi un'immagine che, catturante o meno, a seconda di chi guarda, mostra un territorio e diviene essa stessa territorio. Qualcosa che non è La Rinconada ma che non è nemmeno il luogo da cui tale film viene guardato, è un luogo altro, cinematografico, e che, senza pretesa di essere altro, entra a far parte del nostro luogo e questo non per un'integrazione delle differenze, le nostre e quelle dei peruviani, ma per la capacità del cinema e la sua forza di creare territori.


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