There




«L'altezza è profondità, l'abisso è luce inaccessa, 
la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, 
la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l'atomo è immenso.»
(Giordano Bruno, De la causa, principio et uno)

Non è un'anomalia, There (USA, 2006, 10'): There è l'operazione estrema di un cineasta che aveva già varcato la soglia o, meglio, l'aveva abitata, e la soglia, per definizione non conosce l'estraneità. La soglia non è un confine, non appartiene a uno spazio reticolato. Il confine, lo si crea quando bisogna creare lo spazio. Esso viene prima del territorio, lo anticipa per definirlo (Gaza). La soglia, invece, è uno spazio di per sé, che non divide e non conosce altro che se stessa. Non il cinema e il vita ma tra il cinema e la vita, laddove questo «tra», essendo proprio della soglia, non esclude il cinema dalla vita ma indistingue i due termini in se stessa. Non il cinema e la vita dunque, ma l'indifferenza dei due. È l'invisibile, la soglia. Un invisibile che eccede da tutte le parti il visibile - e non si può vedere, l'occhio deve piuttosto esserne rapito (afasia), non accecato ma portato lontano da sé, dalla visione che comunque sembra definirlo. E There è questo. Se, con BorderLands (USA, 2015, 13'), Robert Todd giungerà a concretizzare questa sensazione di trovarsi, appunto, nel luogo del bordo, quindi lì dove è manifesto che ci sia un là irriducibile al qui del bordo, bordo che delimita persino lo sguardo, il quale non coglie quello che c'è al di là del bordo ma è come se lo percepisse, come se gli fosse finalmente chiaro che, in effetti, non s'arresta tutto al qui ma c'è qualcosa anche lì, lì che, però, non può essere visto, il che implicherebbe comunque un riportarlo qui colla trazione della vista, e se, ancora prima, con Threshold (USA, 2013, 19'), sarebbe riuscito a manifestare la soglia come luogo abitabile, luogo in cui l'occhio trema e geme di fronte al cosmo che, improvvisamente, gli si apre davanti, se, insomma, Todd avrà ben chiaro questo senso del limite e della soglia, del bordo e del confine, ciò ci pare essere dovuto a questo sguardo pallido che, in There, viene appunto rapito dal lì che si dà in tutt'altra maniera che in BorderLands, e cioè come possibilità dell'impossibile: l'occhio è nell'impossibile della visione, è come contratto da un'invisibile che lo permea così intensamente fin quasi a piegarlo, e allora le coordinate spaziali (ma anche morali, estetiche e via dicendo) si perdono, vengono proprio annullate, si dissipano; gli enti cessano di essere tali, e valgono solo le sfumature, non perché qualcosa sfumi bensì è la sfumatura medesima a darsi. E, quando la sfumatura si dà, si dà in maniera tale da sussumere anche l'occhio, il quale perde tutta la sua pienezza ontologica per ritrovarsi in quella sfumatura. La fenomenicità di un simile evento è da intendersi dunque come essenza stessa della manifestazione. La manifestazione fenomenica dell'ente, come tale si ritrova sempre nel qui di cui dicevamo sopra, non è che sottenda a una profondità più vera e più reale, a un'essenza originaria di cui la manifestazione dell'ente, l'ente in quanto fenomeno, ma, piuttosto, è la possibilità stessa di un manifestarsi, di un darsi allo sguardo che trafigge There. Con ciò, il lì non è che sia più reale del qui, non è che il qui si dia come fenomeno di un noumeno-lì. Semmai, e molto più paradossalmente, la manifestazione, che avviene qui, trova la sua possibilità in quel lì che, comunque, si toglie sempre come manifesto. La pienezza dunque di una manifestazione dell'ente sta prima dell'ente. L'ente è come preceduto, e comunque coestensivamente, dalla sua stessa manifestazione. E perciò la sfumatura come manifestazione pura, così pura da essere improponibile all'occhio, il quale, in quanto ente, non può che regredire di fronte a una tale manifestazione panica che disfa tutta l'ontologia oggettuale della visione comune. There, quindi, più che una visione, è un'invisibile della visione che è per sé visione dell'invisibile, nel senso non che l'invisibile si mostri ma che la visione stessa trova la sua più naturale connotazione: l'occhio non si vede vedere, e la manifestazione è appunto questo, quest'invisibilità propria dell'occhio astratta dall'occhio, cioè estratta da esso. È come se Todd avesse prelevato ciò che è manifestazione. Manifestazione della manifestazione però, non certo manifestazione del manifesto. Con ciò, egli arriva a quel punto, parossistico, in cui non c'è più niente da vedere perché l'occhio stesso è visto, non come occhio ma come perpetrato da una visione che è l'invisibile medesimo. E l'invisibile, cioè il lì, è manifestazione: visione della visione. 

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