The light and the paper



The light and the paper (Paesi Bassi, 2016, 3') è un cortometraggio parecchio denso, quasi condensato per la sua brevità e per la profondità dei temi trattati, visti e letti attraverso il film, il quale sembrerebbe sostanzialmente diviso in due parti. All'inizio si presenta un semplice quaderno bianco, che viene sfogliato pian piano e che ci lascia in una sorta di sospensione nata dall'aspettativa che prima o poi si palesi altro, il che sì, è vero e tuttavia di questa prima parte non ci dovremmo dimenticare, perché probabilmente è forse quella che dà più forza alla seconda parte, dove compaiono delle scritte, nero su bianco, a caratteri ampi e leggibili. Sono frasi asciutte, concise, e tuttavia cariche di significato. La luce, che si ritrova sopra, sotto, intorno, a destra, a sinistra, dentro ecc. è un soggetto che non solo è onnipresente nel senso che è l'unico delle frasi, del libro intero, ma è onnipresente proprio materialmente, perché è effettivamente così che è, come viene letto: la luce permea tutto, è presente in tutto e ovunque ed è ciò che ci permette di leggere. A questo punto però ci ritorna in mente la grande sperimentazione di Sarah Pucill che ritroviamo in Blind light (Regno Unito, 2007, 22'), con la quale appunto si affermava con forza che la luce non è unicamente condizione di possibilità per la vista o per la lettura ed è ciò che, sebbene diversamente, ci mostra anche The light and the paper. Certamente senza luce non vedremmo, non leggeremmo, questo è chiaro, quanto è chiaro però il significato delle frasi che vengono riportate, ovvero la luce non presa come questione su ciò che è, ma dov'è e questo dove è ovunque, l'abbiamo già detto, ma ciò che forse non era chiaro erano le implicazioni di questo ovunque, perché ovunque significa che non c'è distanza che tenga, che separi, perché ogni distanza è permeata dalla luce e ciò non tanto avvicina ma pone tutto su uno stesso piano tale per cui potremmo dire che la luce, radicalmente, è lo stesso piano in cui si inscrive ogni cosa. Con la luce come piano possiamo ipotizzare una soppressione di tali distanze, soppressione che vale anche tra la traccia lasciata dalla penna e il suo stesso significato, perché se la luce è ovunque è anche vero che è nella traccia che leggiamo, la quale dice appunto questo, che se la luce è ovunque allora non c'è distanza che tenga e ciò che leggiamo è unicamente ciò che lascia traccia, perché in fondo la traccia non è altro che ciò che viene alla luce, ciò che è visibile ai nostri occhi, ciò che possiamo così leggere. Da qui possiamo ipotizzare un collegamento con la prima parte, che brutalmente abbiamo diviso dalla prima, consapevoli di come fossero strettamente intrecciate. Infatti, tutte quelle pagine vuote, spogliate di qualsiasi traccia o significato a essa collegato sono anch'esse significative, non nel senso ricollegabile alla parola scritta, quello che si crea tra traccia e significato ma tuttavia hanno un loro senso, diverso e non per questo insensato, piuttosto un senso senza segno, insomma potremmo dire che è una forza, che risiede nel vuoto di quelle pagine bianche. Questo vuoto non dà il senso alla parola, la prima parte sembra quasi slegata dalla prima e in effetti in un certo senso lo è: non capiamo il senso della parola tramite il vuoto della pagina, il vuoto rimane tale e tuttavia non possiamo confondere la pagina bianca con esso perché, anche se noi attendavamo qualcosa, la parola, quest'ultima non è stata spiegata meglio dalle pagine bianche, nemmeno intuita. Ma è proprio questo il punto: il vuoto non spiega, come dicevamo prima non ha senso, rimane tale e basta, rimane ciò su cui si inscrivono le cose e ciò su cui si inscrivono non ha senso. Sarah van der Heide registra proprio tutto questo e lo fa in maniera molto semplice e tuttavia incisiva. Se il vuoto è senza senso questo non ci deve spaventare, o almeno non dovrebbe, non almeno quando un certo cinema ci mostra la bellezza di tale vuoto e infinite possibilità che possono proliferare. Certo, parlare di proliferazione da un vuoto suona alquanto strano ma non vediamo come questo vuoto debba per forza essere inteso come negativo o come assenza di qualcosa, semmai se è ciò che non presenta senso ma è solo forza, beh, diciamo che probabilmente questo è proprio ciò su cui le possibilità, intese come qualcosa che né si attualizza né si virtualizza, qualcosa che non abbia a che fare con il reale, possono proliferare liberamente, senza vincoli di sorta, senza una quasi costrizione a costruire e distruggere, continuamente, così all'infinito..


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