Silbersee



Abbiamo già incontrato cortometraggi che mostravano il deturpamento ambientale a opera dell'inquinamento dato da industrie collocate nei pressi di fiumi importanti, come per esempio il film di Allan Brown, Mist (Canada, 2015, 5'), dove lo scorrere tumultuoso dell'acqua mostrava una forza inaudita che continuava nonostante la contaminazione, assorbendola ma non per questo annientandola. Nel film di Alexandra Navratil, Silbersee (Svizzera, 2015, 11'), questo scorrere incessante ma non ripetitivo, sempre originario, è quasi bloccato, o meglio è bloccato e ciò che cerca di fare non solo è uno sblocco ma anche un movimento che si rifà a una variazione che è quella propria di tutto il cosmo, non solo di uno spazio o non solo di una persona; la regista, infatti, utilizza delle fotografie scattate nella Germania appena prima la sua riunificazione e l'utilizzo di fotografie ci sembra quanto mai significativo nel suo mostrare una staticità dello spazio, che non è più in divenire, non si spazializza più e tutto ciò sembrerebbe ricollegabile all'agonia di questo luogo, che non va semplicemente verso la morte, perché essa non esiste se non come punto d'arrivo dopo il quale ci sarà un cambiamento radicale che darà una nuova vita. Infatti, se è vero che un fiume non muore quando si prosciuga, perché in questo caso diviene semplicemente altro o si mescola ad altro, non muore nemmeno quando non c'è più vita dentro di esso e attorno a esso. La Navratil non si pone con un fare da clinico, sul letto del malato, alla ricerca di una diagnosi e di una cura, non fosse altro perché tutto ciò è già stato fatto, è già stato detto. Infatti, la parola che dà significato a ciò che accade porterebbe a una staticizzazione del processo d'agonia del fiume in quanto luogo in cui si attualizza ciò che potrebbe essere considerata la malattia del secolo, ovvero l'inquinamento. Ciò che ci sembra fare la Navratil attraverso le parole sullo schermo è invece dare una voce al fiume, la cui voce non sentiamo se non attraverso il linguaggio umano, l'unico che riusciamo a comprendere fintantoché non usciamo dal vederci Esseri se non nel Linguaggio. Un primo passo per ascoltare al di là di tale linguaggio è proprio la musica straziante e straziata di Natalia Dominguez Rangel che cerca di significare la sofferenza in un modo più diretto, tale per cui non solo leggiamo ma anche sentiamo, non tanto a livello empatico, quanto piuttosto a livello più profondo, in cui le due sofferenze si incontrano, quelle nostre e quelle del luogo perché, in fin dei conti, si tratta della medesima sofferenza, una sofferenza che non è medesima perché sentita in modo uguale o letta attraverso le medesime tracce ma è medesima nel momento in cui mi sento una soggettività che si forma insieme allo spazio, due soggettività che fanno parte di un'universale concordanza reciproca. È così che le fotografie nel loro lento passaggio da una prima alla successiva creano un movimento di agonia, la quale non è un darsi alla morte ma è un tentativo di mostrare la vita - sofferente - perché anch'essa è vita e la vita non può che urlare per farsi sentire, non soffre mai in silenzio, semmai possiamo dire che è un urlo senza vittime e colpevoli perché anch'essi si confondono. Le sovrimpressioni quindi danno una nuova spazialità al luogo prima statico, un nuovo movimento che ha il sentore di una specie di rivincita su ciò che è stato fatto, un tentativo di creare una variazione lì dove il processo si è interrotto: un cinema che cerca di creare delle possibilità che non hanno a che fare con la realtà né attuale né virtuale ma con un possibile dato da un cinema che dunque r\esiste.


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