Of shadows



Ciò che porta a termine Yi Cui con Of shadows (Cina, 2016, 79') è qualcosa che risulta essere più di un documentario su ciò che rimane del teatro d'ombre cinesi, le sue resistenze affermate da parte di chi continua ad animarlo, non solo per salvaguardarlo ma per affermare la propria identità e tradizione legati ad esso e quindi ciò che tutto questo ha significato e continua a significare. Si tratta di un tentativo di cogliere non solo ciò che è ora questo teatro ma anche ciò che è stato e che si incarna in un presente e in un movimento globale che subisce naturalmente continue modificazioni e che sembrerebbe essere caratterizzato da una propensione a unificare tutte queste alterità, date per esempio dal teatro d'ombre cinesi, di modo che vengano integrate in una corrente che mira a un livellamento tra culture. Chiaramente tutto muta ma non si tratta qui di cogliere la positività o la negatività del cambiamento e la sua inevitabilità né di contro di salvaguardare una cultura secolare immortalandola nel cinema né dell'adattamento della stessa ai tempi che cambiano, ma piuttosto di legare il cinema a ciò che mostra. In questo senso Yi Cui non tenta una critica alla realtà sociale né una ripresa della stessa nella sua interezza ma tenta di cogliere la rappresentazione teatrale e distendere il suo essere una trasmissione generazionale di codici per far coestendere la storia e il presente nella creazione di un piano di immanenza. Questo tentativo non è facile, soprattutto quando si cerca di riprendere una realtà così come la si vede, quasi una semplice registrazione ma il cinema non può essere solo una mera ripresa, mera rappresentazione e infatti è questo il tentativo di Of shadows, ovvero la creazione di questo piano che non ha nella sua estensione un livellamento delle alterità, come il capitalismo fa e come la Cina pian piano sta facendo a sua volta, proprio lì dove si era cercato di costruire fino all'ultimo uno stato unitario forte, che contenesse al suo interno la propria alterità per salvaguardarla da un mondo che tenta l'integrazione come eliminazione di un altro che minaccia l'unità, come altro che con la sua forza possa sovvertire l'ordine dato dal Capitale in nome di un'etica che si disfa del male dato dall'alterità ed essa stessa vista come male, il tutto in nome di un bene comune e uguale per chiunque. Il cinema di Yi Cui non mostra solo le lacerazioni interne e le contraddizioni di una realtà che cerca di rendere istituzione la propria tradizione, credendo che così essa possa continuare a esistere, credendo così di dare forza a una tradizione che non si vuole lasciare nell'oblio del tempo ma che si tenta di ripetere, commemorandola, istituendo un giorno che suona come il giorno della memoria. Ma è questo stesso teatro inteso come arte della comunità che rifugge dall'istituzionalizzazione per rimarcare il suo essere legata al territorio inteso appunto come comunità, teatro come fiamma che la alimenta, sussistendo in essa e non formando un territorio statale, ma sempre differendolo - teatro legato quindi a una comunità che nelle sue tradizioni non solo trasmette il codice ma anche che la fa esistere come comunità, come un qualcosa che si costituisce e si alimenta da sé e che non ha bisogno di istituirsi e di un ordine esterno per esistere. Ci sembra così che Of shadows non cerchi tanto di riprendere qualcosa per salvaguardarlo, per renderlo immortale, concependo il cinema come uno strumento che sedimenta attraverso la registrazione ciò che mostra, un qualcosa che cementifica il vissuto, che rende sempre presente e identico il presente ripreso. Of shadows cerca piuttosto di mostrare dispiegando la tradizione del teatro, i suoi attori, le sue ombre e le sue istituzionalizzazioni per cogliere non solo ciò che succede, in una visione del film - non solo dello spettatore - come testimone di un evento che porterebbe a concepire la realtà come doppia, ovvero la realtà del cinema, differita, mediata dal mezzo di ripresa - la videocamera - e la realtà "naturale", vissuta dall'uomo che agisce su di essa in maniera immediata, ma nella visione di un cinema che tenta, nonostante la ripresa di una realtà differente dalla nostra, di arrivare, senza tante traduzioni, a mostrarsi a tutti. Nel dispiegamento delle alterità in un unico piano di immanenza tali alterità non si annullano né si integrano tra di loro ma sussistono in esso e possono essere intese da tutti non perché parlano un linguaggio universale inteso come parlato da chiunque, linguaggio unico, ma piuttosto perché parla al confine dei linguaggi, al confine dunque del Linguaggio, dove non si trova tanto un essere cinese, essere capitalista, essere europeo o altro, piuttosto un'intimità residuale umana senza tempo e che non ci rende uguali, semmai unici ma non per questo sconnessi. Ci sembra essere questo infine il tentativo di Yi Cui, un tentativo che riguarda strettamente il cinema come ciò che rende possibile esperire possibilità che ci sfuggono nella nostra quotidianità ma che r\esistono in essa, possibilità che per questo non conoscono confini.


Nessun commento:

Posta un commento