Nos champs (Our fields)





C'è qualcosa in Nos champs (Our fields) (Francia, 2015, 21') che prende piede via via e che fa pensare a una sorta di continua espansione del cortometraggio, non tanto dal centro alla periferia, in una sorta di proliferazione per cerchi concentrici, quanto piuttosto un continuo oltrepassare varie soglie di vari punti, indipendenti ma connessi e che acquisiscono pian piano sempre più intensità ed è proprio questo ciò che ci fa procedere con sempre più coinvolgimento in questo cortometraggio, per nulla facile e banale, considerati punti particolarmente spinosi, come quello relativo all'attentato a Charlie Hebdo. Baptiste Ribrault è quello con la videocamera in mano che registra il film, ma è anche quello che scrive la lettera a Maxime, il ragazzo francese volato in Siria per combattere a fianco dell'ISIS. Questa lettera, che fa un po' da filo narrativo del discorso del regista non è di certo sufficiente e viene accompagnata da varie immagini, in un tentativo di espressione non solo di sé, del proprio pensiero ma di un pensiero che può essere condivisibile, che rientra in un certo buon senso e che cerca di porsi il problema della psicologia di qualcuno, di un'archeologia del soggetto pensata necessaria per spiegare il presente. Soggettivazione che, ricercasse anche le cause sociali, ricercasse i luoghi vissuti, gli stessi campi vissuti, non riesce a spiegarsi i motivi di Maxime e dunque nemmeno la psicologia sociale risulta sufficiente per spiegare questo processo personale, questo deragliamento dell'individuo, e allora la lettera si conclude così, un po' lasciando stare il tutto, smettendo di chiedersi e di scavare dentro questa persona specifica, e nemmeno più cerca di cercare qualcosa fuori, ma la si lascia semplicemente andare, anche un po' in malo modo. Maxime, certo, nello specifico e più vicino al regista, ma anche l'intera situazione sociale è interrogata. Ma, dicevamo, Baptiste Ribrault è anche colui che ha la videocamera in mano, che si riprende in bagno, che si fa soggetto che riprende e insieme oggetto, non per una sorta di narcisismo ma piuttosto per un qualche senso di responsabilità che richiama ma che non si esaurisce alla responsabilità del cittadino consapevole che si interroga. Trova un luogo strano, in cui cerca di evocare un sogno fatto, rendendolo presente nella realtà stessa del bagno, che non è mai come quello sognato, ma che si prova a ricongiungere, rendendo così il sogno quasi più reale, ricercando e immaginando quel sangue sognato e diventato fantasma. Ma tutto questo non basta, non è sufficiente e non può esserlo, ed ecco che emerge qualcosa d'altro, una domanda di cinema, il quale viene ipotizzato e immediatamente smentito come rifugio da un mondo orrendo, violento e che ci terrorizza pure mentre dormiamo. È una domanda che sa essere vuota, o meglio una domanda che non può che rimanere semplice evocazione senza risposta, perché in fondo non c'è sogno, non c'è fantasma, non c'è rifugio, c'è solo esperienza, la quale comprende tutto questo, senza trascendenza alcuna. Alla fine di Nos champs, dopo essersi a lungo interrogato, dopo aver cercato di estendere significati, di interpretare e infine di cercare una modalità di espressione adeguata per dire tutto, che potesse dire tutto, lo afferma chiaramente Baptiste Ribrault (il quale perde pian piano - anche se non era mai stato autore - sempre più i suoi connotati specifici di soggetto quale francese, di questo secolo eccetera - e ciò non poteva che avvenire grazie al cinema): viviamo tutti nello stesso mondo e lui, che in fondo è tutti, non smetterà di provare, ancora, a capire ciò che lo circonda. Ma è diventato un capire diverso questo, dopo aver scritto nella consapevolezza di non poter esprimere tutto, di non avere tutte le risposte già date nel significante stesso dato dalla scrittura, e la videocamera diventa quasi un ausilio per aumentare il campo di possibilità, per poter dire attraverso le immagini. Ma le immagini non si possono limitare a essere ausilio per dire ancora qualcosa, non possono essere ennesimo strumento dell'uomo, non possono essere già date come lo sono le parole: si ricerca allora una propria immagine ma quel proprio non si rifà a un luogo personale, privato come può essere il soggetto, perché l'immagine è diversa, non la creiamo riprendendo ma semmai siamo noi a essere catturati dall'immagine, che ci preesiste, e quindi l'immagine propria è l'immagine che ci ha catturato. Per tirare le somme del discorso, Nos champs si conclude promettendosi di continuare a interrogarsi ma sapendo che questa è un'interrogazione senza risposta, la quale non denota un'impossibilità quanto piuttosto una ricerca che non può fermarsi perché si concatena ogni volta con qualcos'altro, non ha un punto d'arrivo né di partenza, è una ricerca infinita. Non spera e non promette, semplicemente si interroga, lasciando le interpretazioni a qualcun'altro, si interroga grazie e con il cinema, il quale non può fare a meno di restituirci quest'assenza di risposta ma che non ci vincola in una catena significante, come può essere quella del linguaggio, ma senza significazione o espressione, permette una sperimentazione che da Nos champs può solo che iniziare. 



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