Lightkeeping








Quello che Elias Heuninck compie con Lightkeeping (Belgio, 2015, 11') non è solo la creazione di una nuova macchina digitale, piuttosto si tratta della creazione di un nuovo modo di creare immagini e quindi la realtà. Se la Heuninck non si accontenta più di ciò che già c'è, probabilmente non è solo per stanchezza o insoddisfazione ma si tratta anche di cercare di creare una nuova forma di espressione, non tanto per se stessa o per raggiungere uno stile personale in cui riconoscersi e ripetersi, quanto piuttosto per cercare di dare un po' di aria al cinema: se questo ha bisogno di nuovi modi di fare l'immagine è perché si è arrivati a un tal punto di saturazione delle immagini, al di là del cinema, fatta da una popolarità e fruibilità tale per cui nasce il bisogno di creare qualcos'altro, non fosse altro che per quel poco di tempo grazie al quale questo modo non sarà ancora banalizzato. Non si tratta con questo di cinema di élite, in mano a pochi, esclusivo, con limitate connessioni e dunque libero, quanto piuttosto il fatto che c'è un periodo di tempo in cui questo tipo di immagine ha in sé una forza che è propria dell'originalità: certo, ciò che è originale non è sempre un pregio e in fin dei conti sarebbe falso affermare che una tal cosa non derivi da nulla, che non abbia radici - la regista stessa si riferisce alla fotografia riprodotta con il metodo negativo/positivo di William Henry Fox Talbot. Il punto sembrerebbe piuttosto quello di creare qualcosa di originale, le cui radici non si riferiscono a concetti quali derivare, originare, dipendere, ma l'originale è qui qualcosa che ha connessioni con altri ma che ha una propria indipendenza che gli permette di non essere concepito come inferiore o superiore a qualcosa, piuttosto semplicemente all'interno di una rete. L'immagine creata da Heuninck ha bisogno di molto tempo per essere riprodotta (all'incirca quattro giorni) e dunque notiamo subito un'altra cosa fondamentale, ovvero la non immediatezza della creazione dell'immagine porta a pensare a essa come qualcosa che non rappresenta ciò che riporta, non tanto per la sua aderenza a ciò che comunemente vediamo, ma per il suo non essere specchio, immediato, spontaneo della realtà e ciò non solo per una questione di tempo: lo vediamo bene da noi e lo sappiamo anche leggendo la descrizione, c'è bisogno di una traduzione a posteriori affinché possiamo ricondurla a qualcosa di famigliare. Sembrerebbe dunque che la Heuninck abbia creato qualcosa che sì utilizza il digitale e la luce per avere un'immagine, ma ciò che ne deriva, che riprende prima è a noi totalmente alieno: sembrerebbe cosa da poco o riconducibile unicamente a un'insufficienza tecnologica o a una sua creazione fin troppo elaborata eppure sappiamo che, se vogliamo continuare a parlare della videocamera o macchina da presa metaforicamente come l'occhio, dobbiamo fare i conti con il fatto che la spontaneità e immediatezza del mezzo macchina e occhio è unicamente una questione temporale che non tiene conto dei processi in atto, trascuratezza non da poco se pensiamo che abbiamo basato gran parte del nostro pensiero sulla questione del rispecchiamento, quindi la realtà come ciò che si dà a noi, senza filtri, spontaneamente. Se la creazione delle prime macchine da presa poteva farci intuire che ciò poteva non essere vero, la grande intuizione si è poi persa e limitata nel marasma e pochi hanno cercato di vedere al di là del rispecchiamento, tra cui ora possiamo parlare anche della Heuninck, il cui film fa comparire delle immagini che non hanno solo un ampio impatto per una questione estetica ma anche per il mostrare la realtà come ciò che è costruito, non più dato, è creazione non più rappresentazione. 



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