Greater things



Ci sono intrecci di storie personali che si intersecano fra loro e vanno a formare quello che infine è il film di Vahid Hakimzadeh, Greater things (Regno Unito, 2015, 66'), il quale, come ogni film narrativo che si voglia infilare nel marasma di storie cinematografiche la cui lentezza è caratteristica propria dei film che vogliono essere oggi i più impegnati, ci mostra un qualcosa di specifico, una sorta di tema che fa da filo rosso tra le varie biografie. Pezzi di vite personali quindi, pezzi biografici, che non vedono il personaggio come un soggetto che si evolve, che segue un certo percorso privato, personalissimo, che certo si scontra con il proprio ambiente, ma che ha un proprio punto di vista da dove parte la sua visione del mondo, quella che poi viene assunta come il punto di vista del film, ma in questo caso le biografie sono periodi che servono per ricondurre il tutto a un tema e in fondo non c'è motivo di considerare questo tipo di volontà narrativa inferiore a un'altra o magari meno narrativa. In Greater things i periodi biografici sono utilizzati per mostrare qualcosa e ciò che si mostra, che emerge da questo concatenamento tra singoli, non è tanto un insieme di soggettività, quanto piuttosto una unica che presenta però varie sfumature, vari modi di presentarsi e mostrarsi, soggettività che non hanno vita propria ma sono lo spettro di un concetto che si può incarnare e presentare tante facce quanti sono i personaggi mostrati da Vahid Hakimzadeh. Ecco allora lo straniero in una città che lo accoglie per le sue capacità sportive ma che non lo ha mai integrato in sé o, ed lo stesso, perché il movimento è sempre reciproco, è lui stesso che non si lascia integrare, ecco un altro straniero che progetta case ma che non riesce ad aderire lui stesso al territorio, non riesce ad abitarci e trova più ragionevole per se stesso disperdersi nelle strade, perché non può che essere nomade in un Paese non suo, o ancora una coppia giapponese che si mostra apertamente in casa, mostrandosi tranquillamente, non avendo muri ma solo vetri e che non riesce a comunicare se non quando non si vedono, attraverso la distanza e soprattutto il silenzio. Greater things mostra tutto questo ma ciò che mostra non è solo ciò che si vede ma anche ciò che non si vede, che è sostanzialmente la dimostrazione di un pensiero che ruota intorno a concetti quali società liquida o identità che, pur senza arrivare a una schizofrenizzazione dell'io, non hanno punti fermi che li formino e delimitino (che è quello che sostanzialmente facevano invece in passato le istituzioni) ma si devono in qualche modo auto-generare, trovare da sé dei paletti, dei limiti e quindi nuove leggi e quindi ancora un proprio luogo, perché, se è vero che c'è la possibilità di spostarsi ovunque, è vero anche non solo che c'è un sempre più maggiore livellamento dei luoghi ma che questa possibilità di spostarsi non significa farsi nomadi, quanto piuttosto ricercare una propria collocazione nel mondo, da sé, ancora una volta. E in fondo e in ultima analisi non possiamo dire di aver davvero visto qualcosa ma di aver pensato guardando qualcosa e questo è il cinema non tanto e solo di Greater things ma è anche un po' il cinema in generale di certi circuiti, i quali analizzano la realtà e in qualche modo la confermano nel loro mostrarla così com'è, magari mostrando anche ciò che non è immediatamente visibile, cioè come le cose che necessitano di luce per essere viste, mostrando invece dei fili rossi invisibili che si rifanno a certe teorie sociali precedenti e trascendenti: un cinema che si può dire quasi dimostrativo attraverso un'immagine che varia di contenuto, mostrando e rappresentandosi un oggetto, il quale può essere anche un pensiero sul proprio mondo, e che non per questo non può essere piacevole, anzi, ma che appartiene a un cinema che si mantiene entro una certa soglia, all'interno di un pensiero teorico attraverso le immagini.


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