A thing among things


«I ciechi sono gli esseri della caduta», scriveva Derrida in uno dei suoi ultimi testi, e Giovanni Giaretta, in A thing among things (Olanda, 2015, 7'), sembra aver ben presente questa cosa della precipitazione, della caduta, della mano del cieco che avanza nelle tenebre per proteggere la testa; e c'è senz'altro una cristologia, in tutto ciò, ma non del Cristo che ridà la vista ai ciechi, facendone testimoni, piuttosto del Cristo sulla croce, testimone di un evento che, intriso d'acqua e sangue, feconda la Storia, e questa storia è la precisamente la Storia, che non prosegue se non attraverso lo scarto tra le immagini, insinuandosi in esso, e ponendosi comunque prima di esse: «Questa è l'ultima immagine che io abbia visto». Il cieco diventa allora l'eletto, poiché catturato in una notte nella quale non conosce sonno ma, vegliando, ne percepisce l'eternità, impossibile a chiunque altro. Non è l'abbandono del padre. Cristo sulla croce muore, e le sue sono le parole del cieco, quelle che vengono date alla notte, al velo squarciato del tempio, una domanda che rimarrà tale per sempre: «Eloì, Eloì, lama sabactàni?». Si consegnano al silenzio, queste parole. Lo reclamano. Così come il cieco reclama un'immagine cui sacrificarsi, la notte priva d'immagini, trafitta dal suo sguardo puro. È l'immagine dei minerali, la cui trasparenza reclama appunto una visione che la traspaia, che la trapassi, concedendosi al nulla o, meglio, a se stessa. Non è che la trasparenza del minerale ritorca lo sguardo su se stesso. In A thing among things avviene una cosa più specifica e delicata: lo sguardo mira all'infinito, va verso l'infinito, si perde in esso. È puro sguardo, non delimitato da alcun oggetto né attratto da enti carnali che lo rapiscono; lo sguardo insiste e sussiste semplicemente, senza niente da guardare od oltre qualsiasi cosa da vedere. Lo sguardo, che è l'invisibile per definizione, acquista allora una potenza che non si lascia diminuire da alcunché: è lo sguardo del cieco, un iper-sguardo, perché il cieco non è che non veda ma non fa altro che vedere, e l'immagine che vede è un'immagine tale da fissare lo sguardo che non fissa nulla. Occhi aperti o chiusi, la notte, quella vera, si fa tale e reclama uno sguardo puro, indistinto in quella notte nella quale si trova ad essere cosa tra le cose, «residente invisibile». Le memorie di cieco, che penetrano i close-up minerari, giungono così a definirsi per trazione rispetto a essi; se, infatti, il minerale è ciò che fa trasparire, che rimanda lo sguardo attraverso la sua trasparenza, allora lo sguardo del cieco è lo sguardo che non fa altro che invocare, che pregare, perché la preghiera è propriamente ciò che non chiede risposta, è una domanda all'infinito, retta soltanto su se stessa, come lo sguardo del cieco. In questo senso, la storia in A thing among things non potrà mai essere la Storia con la S maiuscola, ed è qui che Giaretta compie qualcosa di davvero eclatante: far proliferare un'altra storia che la notte della Storia, ovvero la sua verità. In effetti, se la Storia, specie quella occidentale, è sempre stata una storia d'immagini, più immaginata che altro, allora il cieco è veramente qualcosa di più simile a una strolaga, di cui è proprio il lamento, la litania notturna, oppure anche il Cristo, la cui goccia d'acqua e sangue feconda sì la Storia ma ponendosi prima di essa, al di là di essa, togliendosi da essa. Il cieco, come colui che non si lascia catturare dall'immagine, pone in essere un'immagine dello sguardo che è immediatamente sguardo dell'immagine. Un'immagine che, come centro carnale, attrae un ente che la guardi, ma, essendo quest'immagine lo sguardo medesimo, ecco allora che lo sguardo si torce su se stesso, elevandosi a potenza. «Questa è l'ultima immagine che io abbia visto»: sguardo di sguardo, il cieco non vede; piuttosto, è colui che ha soltanto delle visioni, visioni così intense che non richiedono nemmeno un'immagine su cui porsi, su cui appoggiarsi. «Questa è l'ultima immagine che io abbia visto»: sguardo puro, quello del cieco è il sacrificio dell'immagine per eccellenza, poiché, al di là di essa, al di là della Storia come storia d'immagini, c'è effettivamente questo sguardo che immagine esclusiva ed elusiva. Se la persona vedente è colei che richiede l'immagine per poter vedere, il cieco è colui che non ha bisogno d'immagine. Guarda e basta. Egli non scrive la Storia perché si toglie da essa, essendo questa uno spazio saturo d'immagini che non si lascia vedere ma pone di fronte agli occhi continui muri di memoria per eccedersi nella persona che, dunque, governa dall'interno, a mo' di dispositivo. Il primo piano dei minerali viene così a essere qualcosa di più profondo di una trasparenza, qualcosa che ha più piuttosto a che fare col rimando continuo, il differimento infinito, elemento a cui Giaretta aggiunge un out focus che, lungi dal declassare la trasparenza, l'assottiglia, l'addensa, l'intensifica - e non c'è altro che questa voce su questa trasparenza, la voce di un cieco che differisce dalla trasparenza che differisce a sua volta la voce, in un trapasso continuo in cui lo sguardo non s'imbriglia ma continua a circolare, indefinitamente.

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