Still raining, still dreaming

Still raining, still dreaming (USA, 2008, 12'), dedicato al compianto Mark LaPore e facente parte della serie di cortometraggi che Phil Solomon ha incentrato sul videogame Grand Theft Auto, serie intitolata In Memorium e comprensiva di  Crossroad (USA, 2005, 5'), Rehearsals for retirement (USA, 2007, 11') e Last days in a lonely place (USA, 2008, 22'), è con ogni probabilità il più denso e contemplativo, nonché quello più soffusamente elegiaco, della serie, tant'è che, in ultima istanza, vien da presumere l'intera ora riesca proprio laddove Solomon ha per molti anni tentato di arrivare, e cioè a un'esperienza per così dire pura o, meglio, a un'opera filmica puramente esperienziale, richiedente cioè uno sguardo che sia immediatamente chiave di volta dell'immersione senza la quale il film nemmeno sussisterebbe; infatti, Still raining, still dreaming è connotato sin da subito da un'ambientazione più desolante che desolata, e il punto è che l'emotività in ballo è inestricabilmente congiunta alla natura stessa del paesaggio filmato, nel quale, ancora una volta, predomina non la catastrofe bensì il catastrofico, ciò che segue la catastrofe. Se in Rehearsals for retirement, però, si trattava di coincidere con un mesto contemplatore o proprio l'Anticristo, compreso in questo universo in rovina, ora viene totalmente a mancare qualsiasi figura antropomorfa o, il che è lo stesso, gli umani coinvolti sono parte integrante del paesaggio, il che significa che lo sguardo è irrimediabilmente sguardo sull'ambiente perché dell'ambiente: l'immagine è l'immagine dell'ambiente che guarda se stesso e, guardandosi, fa appunto scaturire l'immagine, senza la quale, dunque, non ci sarebbe ambiente; c'è, infatti, una necessità dell'immagine dell'ambiente per l'ambiente, quasi questo non possa porsi senza o al di là di essa, e in ciò c'è tutto il miracolo del digitale come ciò che, codificando e ricodificando, quindi mancando di un oggetto referenziale, diviene, è ambiente. La creazione videoludica è così adoperata da Phil Solomon in via della sua autoreferenzialità, poiché, se è vero che l'immagine digitale non ha referente, allora è altrettanto vero che un referente non manca nel momento in cui l'immagine digitale è torta contro se stessa, rivolta verso se stessa: lo sviluppo di un videogioco crea l'ambiente, il quale non preesiste né succede all'immagine ma è coevo a essa, addirittura coestensivo, poiché la sola differenza tra l'immagine e l'ambiente è, per l'appunto, il punto di vista. Da una parte, il punto di vista sull'ambiente; dall'altra, il punto di vista dell'immagine. Ma com'è possibile una simile dissociazione? Ebbene, tale dissociazione è solo apparente. Il punto di vista sull'ambiente è il punto di vista di chi è estraneo a quell'ambiente, cioè dello spettatore cinematografico; viceversa, il punto di vista sull'immagine è, propriamente, il punto di vista dell'ambiente medesimo, dunque anche delle figure antropomorfe in esso coinvolte. Ecco la necessità dell'immersione. Phil Solomon crea un cortometraggio essenzialmente ed esizialmente immersivo, esperienziale, proprio perché vuole condurre lo spettatore all'interno dell'ambiente, dunque farlo immagine, e ciò gli riesce in un modo a dir poco geniale. Come disse egli stesso durante un'intervista con Scott MacDonald, «Io penso che il cinema sia particolarmente adatto a invocare la perdita. Il cinema è come una seduta: puoi evocare gli spiriti, far risorgere i morti» (A critical cinema 5. Interviews with indipendent filmmakers), e tale è il tentativo adoperato in Still raining, still dreaming: Mark LaPore assurge ora a spettatore per antonomasia, a colui che è necessariamente esterno all'ambiente che è immagine, e Still raining, still dreaming è l'operazione attraverso cui Solomon invoca LaPore così come invoca qualsiasi spettatore, il quale si dà per morto essendo egli naturalmente estraneo all'immagine, in un'al di là fittizio poiché posto dall'immagine. Il morto è lo spettatore così come si contempla, ma contemplando lo spettatore è invocato dal film, si fa nel suo ambiente, diviene una qualunque delle figure antropomorfe che, affrante, popolano quell'ambiente deserto e desolante, il che non significa che, senza cinema, siamo morti ma che non si dà che cinema, al di là del quale la morte non è altro che assenza di uno sguardo autopoietico e autoscopico immediatamente generativo di un ambiente che soltanto esiste - ed esiste come immagine, all'esterno della quale esiste un esterno tale e funzionante solo per essere invocato ancora, ancora e ancora.

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