Pieghe #25: Il cinema etnografico di Louise Botkay


Tanti - troppi - sono gli aspetti di una realtà complessa che potrebbero essere colti, realtà come può essere quella del Brasile e siamo sinceramente convinti che possa essere così ovunque, in quanto, sì, almeno fin poco tempo fa, si poteva parlare di Stati come un qualcosa di ben delineato e forte ma erano stati in cui rimanevano al loro interno delle frammentazioni, le quali, arginate e compr(om)esse, continuavano comunque ad esistere, non tanto perché gli si concedeva questa possibilità ma perché erano differenze che non facevano paura, che costituivano una forza: ora, il Brasile pure ha al suo interno varie «realtà» e non è solo uno dei Paesi che si sta maggiormente «sviluppando» a livello economico, ma è anche, anzi, sopratutto, un Paese dalle mille facce e questa semplice quanto difficile questione, è sempre stata presente in Louise Botkay, il cui cinema etnografico è, da quanto conosciamo, attento a non creare un'istanza trascendente, che poteva essere lei stessa e i suoi film con il loro modo di porsi e cogliere la vita e l'altro, insomma quello della Botkay è un cinema che non ha mai cercato di rappresentare qualcosa, di porsi come soggetto che filma e, non solo, non si è mai posto come eurocentrico ma ha sempre cercato di vivere il luogo nel luogo e se il Brasile ricorre in alcuni suoi film, ciò è collegabile ad una sua particolare predisposizione/interesse/gioia verso questo Paese e non per la pretesa di arrivare, prima o poi, a registrare quello che è il luogo: luogo visto sempre come vissuto, in continuo mutamento e, nelle sue diversificazioni, è ciò che, coesistendo con i suoi abitanti, vive le sue molteplicità esistenti, mai arido ma sempre vivo. Paese che rischia di essere vissuto con un eurocentrismo che lo schiaccia, che parla di esso come avente un'economia emergente (come se prima l'economia non fosse presente), lo stesso eurocentrismo che si adopera negli aiuti umanitari, creando una dipendenza tanto sottile quanto facilmente colta in Mains propes (Brasile, 7', 2015), che in maniera più radicale e marcata della Haïti di Vertières I, II, III (Brasile, 2014, 10'), mostra non tanto la costruzione delle scene - quello della Botkay non è un cinema di indagine - ma i sorrisi sinceri che non vengono visti negli spot umanitari, quei sorrisi che sono la forza - o, almeno, dovrebbero essere - la forza della gente che vive in situazioni difficili, forza che potrebbe emergere e farsi sentire di più se - e questo non crediamo sia un azzardo - non venisse soffocata da un umanesimo imperialista. Di tutt'altra natura è invece il cinema della Botkay che, ancora più di altri, che comunque non si pongono con uno sguardo da turista - e qui ci viene in mente il cinema di Ben Russell, che con Greetings to the Ancestors (USA, 2015, 29') raggiunge l'apice della sua esperienza filmica di questo tipo- riesce ad inserirsi in un luogo vivendolo, non saccheggiandolo e assorbendolo, ma cercando di creare uno spazio di vita vissuta, di un pullulare di energie che possa essere mostrato e forse questa è una delle sue pecche, ovvero il fatto che le situazioni più difficili e, appunto, immostrabili, non vengano considerate e tuttavia sappiamo già il perché, ovvero che, come scrivevamo poco più sopra, il cinema della Botkay non ha la pretesa di mostrare tutto, non perché si pone come per tutti o perché così è più facilmente mostrabile ma, forse, perché la scelta della regista è un'altra, non mostra la crudeltà perché lo scandalo è sempre del borghese ed è infine molto limitato, un qualcosa che colpisce sul momento ma che in realtà non interessa. L'intento della Botkay, crediamo, sia invece quello di creare una vicinanza sincera, che allontani di almeno un po' la paura nei confronti dell'altro, come fa ad esempio Vivo e morro dos prazeres (Brasile, 9', 2014), film-tributo alle neo-natalità, non come funzione propriamente femminile e che crea la donna, bensì come fonte spontanea di un piacere e una gioia che non si soddisfano mai appieno nell'incarnazione che è il bambino o la madre visibilmente incinta e questo non perché il desiderio non possa mai essere pieno godimento quanto piuttosto perché in continuo rinnovamento. L'essere madre e figlio della Botkay è strettamente legato ad una gioia continuamente in divenire e che si rinnova continuamente, mai definendosi, mai concretizzandosi in una bambola con cui gioca la bambina o in un bambino vero, ma sempre estendendosi, sempre vivendo sulla superficie della pellicola, di modo che, non gioia di tutti è gioia per tutti, desiderio non incanalato in un oggetto - nella maternità - ma continuamente brulicante, senza inizio e senza fine. In conclusione, il cinema della Botkay è un cinema fatto di quell'etnografia che mantiene le differenze e le mostra per arrivare a tutti ma non perché davvero si possa arrivare a tutti ma perché è un cinema che cerca di arrivare in chi lo guarda e questo non ha nulla a che vedere con una volontà di unificazione delle coscienze bensì si tratta di avere una possibilità affinché qualcosa di questo cinema si incarni nel nostro sguardo, che possa così creare qualcosa che poi ognuno di noi andrà quasi a personalizzare: si tratta di avere un'esperienza con il film e questo è, probabilmente, la maggior forza che possa avere il cinema.

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