Oscuro animal






Dopo un devastante esordio firmato con quel capolavoro incendiario che va sotto il nome di Corta (Colombia, 2012, 69'), Felipe Guerrero dirige un film questa volta improntato su un dramma, comunque svincolato dai canoni di una narrazione tradizionale (l'opera è fondamentalmente disnarrativa, il che è dovuto anche al pesante e magistrale impostazione squisitamente contemplativa che lo vena) e, soprattutto, e imperniato su un minimalismo di fondo che, infine, lo conduce a una deflagrazione eclatante: Oscuro animal (Colombia, 2016, 106') è un'opera cupa, ma, tale cupezza, la si deriva dalla o perlomeno nella lucentezza della lussureggiante foresta colombiana, che viene attraversata da tre donne, una delle quali, tornata al proprio villaggio, lo trova desertificato da un'operazione di guerriglia e, recuperate le proprie cose, si mette in fuga per timore del ritorno dei miliziani, un'altra invece è la moglie di un soldato che, a causa dei suoi soprusi, verrà pugnalato ripetutamente dalla stessa, mentre l'ultima delle tre, seguendo le apparizioni, è essa stessa una guerriera, ma il suo corpo è di proprietà sessuale del comandante, e sarà questo il motivo che spingerà anche lei ad inoltrarsi nella foresta. Come si intuisce, dunque, l'ultimo film di Guerrero, presentato in questi giorni a Rotterdam, è, nei fatti, un film politico come lo era il precedente, colla differenza - sostanziale - che ora ci ritroviamo di fronte a una politica di cui non conosciamo l'origine né il nome; la guerra, infatti, non è mai palesata nelle sue origini o nelle sue ragioni e, anzi, è esclusivamente vissuta, si dà soltanto come vissuto sulla pelle e sui corpi di quelle donne che sono costrette a essa, e già qui si capisce bene la scelta che fa da fondamento all'intero lungometraggio e che è - se vogliamo - il suo fulcro politico per eccellenza, poiché qui Guerrero non sta in realtà facendo un film sulla guerra, e ciò escluso primariamente una sua (impossibile per definizione, se non nella finzione) rappresentazione: la guerra è propriamente l'innominabile, l'indicibile - essa è la catastrofe, e, come tale, non ha ragione che in sé stessa e non è che all'esterno di sé, cioè in quel vissuto su cui si rifrange per darsi in quanto tale, quindi come catastrofe. È una scelta intelligente, oltre che di un cinema che potremmo definire più che coscienzioso di sé, diciamo pure partigiano, e basterebbe pensare alle comuni guerre per rendersene conto, essendo esse da sempre decise in luoghi differenti e da persone differenti rispetto agli ambienti e alle persone in cui la si fa e che la combattono, la vivono, o non la combattono e la muoiono semplicemente: rappresentare una guerra, come certo cinema s'è spinto a fare, implica comunque rappresentare una finzione, e Guerrero, cosciente di ciò, sceglie non d'eludere le ragioni del disastro ma di presentare anziché rappresentare il disastro, nella sua calamità dubbia, sfuggente, sempre e comunque indefinibile o, al massimo, indefinibile per ragione, poiché non importano mai i motivi per cui si guerreggia ma chi vive la disperazione, il lutto, l'insensatezza di una vita nel pieno della catastrofe, e il regista, infatti, sta qui, mira ad essi, ed è come se la macchina da presa si trasformasse in un fucile che, anziché mietere vittime, salva, rende costante il tempo, amplia gli spazi, permettendo una spazializzazione dello spazio che la bal(l)ade delle tre donne viene a incarnare in un silenzio più che umano. L'oscuro animale del titolo, allora, è qualcosa di più e di meno di ciò che divora i popoli, la guerra; l'oscuro animale del titolo è, precisamente, ciò che muove le donne, ciò che nutre i loro corpi, ciechi e brancolanti nella foresta come animali, animali che non fanno la guerra ma sfuggono dai predatori (la prima donna) o sono predatori essi stessi (la terza donna) oppure, ancora, non sono né l'uno né l'altro ma, semplicemente, cacciano e sono cacciati (la seconda donna). L'animalità che così emerge è un'animalità certamente oscura, in quanto celata nel più profondo essere dell'essere umano, ma al contempo essa si dà solo laddove la luce è più forte, come voleva Goethe, ed è appunto questa luce a denotarla in quanto oscurità: l'animale che dunque le donne si ritrovano a essere è un animale che necessita della luce, della foresta, del suo silenzio, ed è proprio tale silenzio, forse, l'aspetto fondante e fondamentale del film; il silenzio, infatti, è un silenzio di tomba per ciò che concerne l'umanità insita nei corpi, quei corpi esposti alla guerra, ma è anche e soprattutto il silenzio di Chao Wen, che, nel silenzio di quando smise di suonare, sentì tutti i suoni della natura, i quali, in Oscuro animal, non fanno meramente da sfondo ma sono veramente un impianto paesaggistico di per sé, landscape materiale e concreto non meno che quello fotografato. Ciò che accade sullo schermo, dunque, è una strana soteriologia, che Guerrero dirige magistralmente e, soprattutto, scardinando dall'interno quel cinema di cui solo apparentemente il suo film fa parte (il film drammatico o politico, il film narrativo e, se si vuole, anche il film contemplativo) o vi fa parte per poterlo, ancora una volta, mostrare quale blasonato, cioè arricchito in quanto normato, funzionante in quanto schiavo della finzione. La fotografia si fonde col mutismo, perché è l'occhio è veramente muto, ed è ancora, questo, un mutismo propriamente umano, che non ha nulla del silenzio animale. È il mutismo che irriga di lacrime il volto della terza donna. È il mutismo che è già afasia nel ritorno della prima donna al villaggio devastato. Ma tale mutismo, umano e troppo umano, dischiude infine a un silenzio che sarà tale solo ed esclusivamente nel momento in cui saprà darsi all'infuori dell'umano, e cioè in quella foresta che è fuga dall'operazione umana per eccellenza e determinato l'umano stesso, e cioè la guerra: nella foresta, allora, il mutismo si trasforma in silenzio, e questo silenzio è polifonia di suoni naturali che invocano quell'oscuro animale che ci divora il corpo normato, che è sempre là a disorganizzare l'organizzazione organica che ci trattiene dalla nostra più pura e essenza, che, in quanto animalità, non è altro che potenzialità sfrenata (e frenata nel sociale), comunione infinita colla luce (e i suoni e i grovigli di verde eccetera) della natura.

4 commenti:

  1. c'è la possibilità di recuperarli entrambi (corta e oscuro animal)? grazie

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    1. Ma se Oscuro animal ha avuto la prima mondiale all'IFFR giusto l'altro giorno...

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    2. almeno Corta è possibile recuperarlo? grazie

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