Natale nazista



Natale nazista (Italia, 2012, 16') è uno dei primi film di Ignazio Fabio Mazzola, regista a cui abbiamo dedicato ampio spazio qui sul blog perché, fondamentalmente, se lo merita e se lo sarebbe già meritato anche con questo Natale nazista, di cui parliamo solo ora perché semplicemente solo ora ne siamo a conoscenza e - forse - meglio così, perché si tratta di un'opera che rischia di non essere compresa appieno o, meglio, di comprenderla come una sorta di scherzo, banalizzandola. Certamente altri autori hanno fatto dello scherzo tutt'altro che una banalità o un semplice gioco tra adulti, incalzando invece lo spettatore e - questo è vero - non tutti gli esempi che ci vengono in mente sono stati colti appieno (l'esempio più eclatante e recente è il cortometraggio di Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, Scherzo (Italia, 2015, 5') che andava presentato con "la giusta tragicità"* e che, come leggete, ha al suo interno un discorso più complesso della semplice bizzarria). Ancora certamente, il cortometraggio di Mazzola ci strappa un sorriso e tuttavia c'è una sorta di tristezza di fondo in Natale nazista, la quale ci porta a considerare più nel dettaglio il film: c'è questa persona, una sorta di personaggio, il quale, a volte aiutato da altri, tenta una celebrazione molto personale del nazismo, con il quale ha un rapporto non solo ideologico ma anche fisico e di rimando sessuale. L'eccitazione di fronte al proprio duce è cosa nota e quando questo viene a mancare è meglio rappresentato non tanto dalla sua immagine, quanto piuttosto da simboli: l'intero cortometraggio è una continua celebrazione del simbolo nazista, la svastica, la quale verrà sempre accompagnata da una musica (come quella di Tony Dallara, un certo Chopin, un certo Mozart [ovvero più conosciuto, commerciale], la stessa marcia militare tedesca) che evidenzia la presa in giro non solo del nazismo ma anche del suo essere così popolare, una musica che fa parte ormai della cultura, e questo nazismo lo ritroviamo, spesso (per essere ottimisti) inconsapevolmente, in tutti noi e non, ingenuamente, solo in alcuni, un nazismo che ci è proprio, radicato, che fa parte del modo di pensare, insomma, non meramente politico, ma che ha a che fare proprio con un'etica. Se ritroviamo il nazismo quotidianamente, sono proprio gli spazi di una casa che Mazzola va ad indagare - supponiamo la propria casa, una casa cioè che ha l'aria di essere vissuta quotidianamente, insomma, la casa del bizzarro protagonista -, spazi che vengono presi e ripresi parzialmente: c'è qui in Mazzola l'inizio di una concezione dello spazio come qualcosa che possa essere ripreso solo parzialmente per permettere poi a chi guarda non solo e non tanto di estendere lo sguardo al di là dell'inquadratura ma di creare una congiunzione tra la ripresa e il nostro sguardo, di modo che da due visioni se ne abbia una (come ad esempio in τοπίο (Italia, 2015, 5')) e da due modi di esistere uno (vedete Piano Pi_no (Italia, 2014, 14')), non per creare unità (la quale rimanderebbe, per l'appunto, ad un concetto parecchio fascista del cinema e del modo di vivere) ma convergenza, dove quindi le differenze rimangono, non sono integrate, possono invece così non appianarsi, piuttosto essere messe su uno stesso piano, creando un punto di incontro, dove - lo vediamo bene in Natale nazista - si cerca di cogliere quegli elementi che resistono alla fascistizzazione, che continuano a proliferare e a muoversi, schizzando di qua e di là, sfuggendo così ad un'istanza che, come la famiglia a natale, vuole l'unione e la tranquillità tra i membri. È così che allora l'immagine di Natale nazista non è per niente nazista e cerca, nella celebrazione fisico-sessuale del simbolo di cui parlavamo prima, una sorta di esorcizzazione e, cercando il punto di fuga, infine, esce dalla casa e si riversa in strada, tra i fuochi d'artificio, non perché finalmente libero, perché il nazismo quotidiano, casalingo, è il medesimo: possiamo dire allora che Mazzola è pessimista in questo senso? Crediamo di no, in quanto, dentro o fuori, entro o meno le mura, è nel cinema, di cui il regista sembra avere invece fiducia, che si hanno ancora delle possibilità, in quanto è nel cinema appunto che si può, non tanto creare un'altra realtà - perché ce ne è solo una -, quanto piuttosto ricercare un qualcosa che non si rifaccia, nemmeno nella sua virtualità, alla realtà attuale. Un cinema quindi che, fin dalle sue origini, cerca, non solo l'immanenza ma una problematizzazione del cinema stesso, per non farlo adagiare sull'odierno, in una ricerca continua di una fuga, di uno spazio che, seppur aderente al film, si muove tra il film e chi lo guarda...


Parole di uno degli autori del cortometraggio presentato al TFF2015.

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