Flower sermon


Conosciamo la fine, o meglio ciò che è ultimo, conosciamo il Riccardo Vaia che precede il cinema dell'immanenza con La lunghezza di Plank (Italia, 2015, 84') ma non conoscevamo da dove tutto questo derivava - forse non l'abbiamo capito del tutto o per nulla nemmeno ora - eppure a guardare certi cortometraggi di svariati anni fa viene da pensare a una sorta di linea del tempo dove film come questo Flower sermon (Italia, 2007, 3') si collocano in una posizione che non solo è causa del presente ma un punto abbastanza a sé, che cerca uno spazio cinematografico e continua a non riempirlo, questo spazio, non solo perché insaturabile ma perché continua a espandere i propri confini, ad allargarsi. Vorremmo dire una cosa molto semplice, corretta o meno, perché, guardando queste immagini, la voglia di dire che Riccardo Vaia abbia fatto una sorta di percorso inverso, dal cinema dell'immanenza ad un cinema che tenta di dischiudere questa immanenza, c'è. Vaia a questo punto in cui arriviamo ci fa porre il problema della successione cronologica, perché a ben vedere, è un film che sembrerebbe un arrivo - non che il cinema dell'immanenza debba esserlo per forza, sia chiaro. Se così fosse, perché fare questo? Non è l'insoddisfazione, forse, verso questo cinema a parlare è che, più probabilmente, non siamo pronti per certo cinema e l'acutezza di Vaia sta proprio in questo e non è assolutamente una questione di arrivare o meno a un pubblico ma più che altro una constatazione della realtà: siamo (diciamo meglio siete) legati ancora a un certo cinema corrotto dall'economia, trascendentale, di cui non rimane probabilmente che un fantasma e tuttavia ci teniamo, a questi fantasmi, così come ci teniamo ancora al prete, ora laico, che è dato dallo psicologo stesso. Prendiamo a esempio il silenzio di questo piccolo cortometraggio: è un silenzio che si rifà non tanto a quello della natura, la quale non è mai muta, sempre rumorosa, brulicante ma si rifà maggiormente a un silenzio proprio cinematografico, quel cinema che toglie il suono per restituirci l'immagine, non l'immagine di qualcosa, anche se, l'esplorazione della macchina da presa sembrerebbe quasi pensare a un'esplorazione dell'oggetto, a un riprenderlo per vagliare tutti i suoi dispiegamenti attuali. Ad alcuni potrebbe venire in mente, per esempio, quello che fa Paul Clipson con Bright mirror (USA, 2013, 9'), ovvero riprendere, insistentemente, un qualcosa, per avere un'immagine a 360° ma sarebbe un pensiero manchevole nel momento in cui non teniamo conto del fatto che noi non riusciamo mai, comunque, a vedere qualcosa di completo, perché continua a sfuggirci, potremmo coglierlo ma è un modo di vedere diverso: potremmo dire che è quello che tenta di fare anche Vaia e, anche se ammettiamo l'ignoranza per quanto riguarda i temi buddisti citati alla fine di Flower sermon e che danno, retroattivamente, un significato specifico al cortometraggio, pensiamo di capire tuttavia come sia un modo come un altro per far intendere quello che già il silenzio e l'esplorazione della macchina da presa lasciavano intuire (certo, non è una scelta neutrale ma non conoscendo i motivi personali non possiamo dargli una precisa connotazione, anche perché nulla ci fa pensare a un loro uso improprio poiché, ci sembra, l'immagine potesse farci intuire quel sorriso di Mahākāśyapa, quel collegamento immediato, puro, che non ha bisogno di un linguaggio che lo struttura per comunicare). Quello che fa il cortometraggio ci sembra una ricerca di una deterritorializzazione e di un'immediatezza dell'immagine, la quale non parla, non va decifrata ma va solamente esperita, pura esperienza di immanenza. Ecco che il silenzio, quello proprio cinematografico, diventa necessario, perché necessaria è la lotta contro quei flussi codificanti che sono le parole. Ma siamo costantemente e incessantemente avvolti da queste parole, che nel La lunghezza di Plank vengono pure lette, non solo ascoltate, parole che rimarcano in continuazione cose che già dovremmo conoscere e questo non per uniformarci a un pensiero comune che è quello di certo cinema, perché questo cinema è anarchico e come tale continuamente vinto e brulicante, senza punti di arrivo. La scelta di Vaia non è facile perché è data da una necessità, perché dobbiamo continuamente fare i conti con questo mondo e l'unica cosa possibile è procedere per tentativi perché, se è vero che non si esce dal circolo della deterritorializzazione e riterritorializzazione costante, questo può non essere vero sempre e l'unico tentativo per provarci, che è quello che ci viene in mente, è quello del cinema, il quale riesce, come poche cose, a rifarsi di un'immediatezza senza pari. E allora sì, Flower sermon, con il suo continuo sfuggire all'occhio vigile, l'occhio di chi deve costantemente ricercare segnali, ne ricerca un altro, forse più ozioso ma di gran lunga più profondo e attento alle immagini che ci circondano, che non sono più quelle pubblicitarie o esaurite di certo cinema, per raggiungere una beatitudine che a noi sembra rimandare all'amore verso noi stessi che dunque è amore di tutte le cose - beatitudine di un certo panismo di cui non conosciamo che l'inizio.


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