Etude



«Following the music through and within the light.»
(Robert Todd)

Se c'è qualcosa con cui abbiamo spesso accomunato fra loro i film di Robert Todd, questo qualcosa è sicuramente l'emergere, tra la quotidianità riportata nell'immagine, di un'intimità tanto profonda quanto superficiale, tanto intensa quanto si presenta nell'estensività delle cose e che abbiamo trovato non solo nel quotidiano inteso come giornaliero, perché, in fin dei conti, si può ritrovare l'intimità anche in un evento singolare e unico, piuttosto in un certo ozio che non ha nulla di ripetitivo o monotono ma non è neanche l'ozio del borghese, della domenica di festa - insomma, ciò che riesce a cogliere Todd è qualcosa di insieme speciale e ordinario, che percepiamo e insieme non riusciamo totalmente a sostenere, non per nostra mancanza o incapacità, ma perché è qualcosa che, lungi dal devastarci, ci porta però sempre a sfuggirgli, perché è qualcosa che non si lascia trattenere, incatenare, nemmeno nel nostro corpo, nemmeno in chi vive quest'intimità. Ecco che abbiamo bisogno di ritrovare l'immagine, immagine che ci restituisce Todd e che in Etude (USA, 2015, 8') non può che rifarsi del suono per essere non tanto sostenuta quanto piuttosto trascinata, in un movimento cullatorio dato dal suono che aiuta a trasportare l'immagine. Non c'è qui, capiamo bene, il silenzio di Passers by (USA, 2015, 8') e non c'è semplicemente perché con Etude si tratta di un trasporto, di uno strascinarsi quasi dell'immagine e insieme del nostro sentire, di quello che ci è più proprio, intimo. «La musica ha a che fare con onde e eccitabilità. Ma, per l'appunto, trascina il nostro corpo, e i corpi, in un altro elemento. Libera i corpi della loro inerzia, della materialità della loro presenza. Disincarna i corpi.»* Appunto, non è nella abitudinarietà del quotidiano che ritroviamo l'intimità ma in un ozio che non è però inerzia, è la scossa del quotidiano ma una scossa dolce che, come la musica, circonda la persona e riempie di vita il suo corpo, il quale prima era semplicemente vissuto, mentre ora è invece corpo vivo, pieno. Questa vita, che si trascina attraverso la musica e che si lega indissolubilmente all'immagine, ci ricorda un po' un altro cortometraggio di Todd, Passage (USA, 2012, 21'), anche se probabilmente lo supera e lo supera nel momento in cui l'andare attraverso le cose, l'uso di incanalature di passaggio non ci ricordano l'attraversare, l'incanalamento necessario o, se vogliamo, il fatto che la vita arrivi ovunque, che si insidi ovunque, ma in Etude la sensazione maggiore è che la vita sia proprio quel passaggio, rimandando quindi non al mettere punti o trovare spazi in cui inserire la vita ma all'atto stesso del movimento, dell'attraversare stesso: ecco che, infine, le finestre addirittura si sdoppiano o triplicano e le riprese di spazi ampi, l'apertura insomma dello sguardo, non è una liberazione dello stesso ma una condizione semplicemente diversa, un passaggio più vasto. L'immagine di Etude ci sembra così ricca di molteplicità in divenire, il cui scorrere è così aderente alla luce, che viene presa ora come riflesso, ora come condizione per lo sguardo, essenziale oppure data per scontato: la luce stessa è ciò che dà forza e sostiene il movimento e insieme si insinuano ovunque e caratterizzano non solo l'immagine di Etude ma lo sguardo stesso che vi aderisce, perché, se è vero che quest'ultimo è sordo, ha bisogno, forse o almeno in Etude, di essere anche trasportato da qualcos'altro, dalla musica in questo caso: è come se a volte l'immagine non bastasse per farci perdere con il film, nel film ma non perché manchevole ma semplicemente perché ha bisogno di un compagno per r\esistere: certo, noi esperiamo la visione da soli, nella nostra intimità, anche quando siamo insieme fisicamente ma disincarnare i corpi, crediamo, significa anche che, nello spazio creato attraverso il film, c'è la possibilità - non la certezza - di una comunione dello sguardo. E, in fondo, è proprio questo che vediamo in Todd: non una comunione tra persone forzata, istituzionale ed arida ma la naturalezza e l'intimità dello stare assieme, che si crea con pochi e che il cinema riesce a sopportare, a volte, più di noi stessi...


*Gilles Deleuze, Logica della sensazione.

4 commenti:

  1. Che differenza c'è tra un'immagine trascinata dal suono ed una sostenuta da esso?
    Invertendo le parti? Musica trascinata dall'immagine? È la stessa cosa? (Secondo me no)

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    1. Credo Caotide facesse riferimento a un'operazione dell'informe, quindi a una positività del negativo, che è la stessa operazione del negativo (ti rimando a Bataille); viceversa, il sostenersi dell'immagine dal suono implica comunque una certa deficienza dell'immagine, che ha bisogno del suono: qui, invece, l'immagine sussiste di per sé ed è come trasportata da un'alterità che la convoglia verso profondità ulteriori (Deleuze su Straub/Huillet). Ipotesi mia, eh.

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    2. Si , la risposta che cercavo era appunto (se ho capito bene) che quando l'immagine è sostenuta dal suono è perché deficita di qualcosa.

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    3. Scusa il ritardo nella risposta ma non c'ero con la testa in questi giorni. Comunque, yorick ha risposto in maniera più figa di come avrei risposto io, probabilmente... Per me, appunto, in Etude la musica - dice bene - convoglia l'immagine verso profondità ulteriori, il che non significa che l’immagine deficiti di qualcosa, in realtà né la musica né le immagini sono manchevoli, perché non si cerca né di definirle né di tracciarle, condizioni, credo, in cui è inevitabile una qualche mancanza, perché sfuggevoli. Sono insieme, non per bisogno e forse non ci interessa neanche sapere il perché, semplicemente, il film lo richiedeva, non tanto le immagini né tanto il suono. L’intimità di Todd, in fondo, mi sembra spesso un’intimità che si crea grazie a rapporti immanenti, perché se dici che qualcosa manca ed è sostenuto da qualcos’altro implichi anche una certa prevaricazione, una certa trascendenza, il contrario di quello che, crediamo, mostri Etude e solitamente Todd…

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