Blind Light



Così come non esiste il silenzio, l'assenza di rumori e suoni, quando non è l'orecchio a diminuire la soglia di attivazione (ma, appunto, è diminuzione, non assenza) ma è l'ambiente che continua, semplicemente, a farsi sentire e noi a percepirlo, coesistendo con esso, non esiste nemmeno il buio, semmai esiste un andare verso il buio ed è questa una delle cose che mostra bene Blind light (Regno Unito, 2007, 22'), dove troviamo non solo il contrario, ossia l'andare verso la luce ma anche, e soprattutto, la luce stessa, anche accecante, mostrandoci come è sempre una questione di minore o maggiore luce - il buio sembrerebbe quindi per Sarah Pucill solo una convenzione. Quando, nel movimento verso il sole, i contorni delle finestre, del muro, si disperdono completamente, quando le organizzazioni delle forme perdono la loro significazione ai nostri occhi, in quell'indifferenziato costituito da sola luce, alla nostra mente non può che affacciarsi un altro cortometraggio, ovvero Bianco (Italia, 2013, 19') di Santini, che ci mostra l'apparizione delle forme, le quali non saranno mai completamente definite, ma sempre deformate. In Blind light, è vero, non abbiamo la sensazione di un'emergere dei corpi eppure sono i due movimenti, verso la luce e lontano da essa, che costituiscono la condizione di possibilità affinché gli oggetti si percepiscano o meno: possiamo dire piuttosto che la sensazione sia un darsi o meno delle cose alla vista e Sarah Pucill fa vari tentativi in questa direzione e il punto fondamentale non è la maggiore o minore apertura dell'otturatore o l'aggiunta o sottrazione di lenti, perché ciò significherebbe vedere la macchina da presa unicamente come un mezzo per - fare film, esprimere un'idea. Certo, il suo utilizzo non è neutrale ma proprio questa non-neutralità è significativa, nel senso che la domanda posta dalla Pucill è di natura etica, concerne le possibilità del mezzo. Ci sembra che si tratti di sperimentazione, la quale non può avvenire se non grazie ad una pregressa lotta, contro e fra forze ed è la stessa Sarah Pucill a mostrarcelo e dircelo: poche sono le frasi pronunciate in questo cortometraggio, alcune meramente didascaliche, come «I want to see the sun», altre che sottolineano un'intuizione, ovvero i tentativi di scandagliare le possibilità dell'occhio per andare infine contro queste stesse possibilità, perché, mentre sentiamo il dilatarsi della pupilla percepiamo chiaramente come «the eye burns, swells, looses focus and disappears in a stream». Quella luce accecante, che si mostra anche solo per poco tempo, ma non solo, tutti questi movimenti di luce, non hanno il compito di destituire il film, togliendoci dal flusso filmico e rendendo così consapevole lo schermo, anzi, avviene il contrario, ovvero il film acquisisce pian piano forza, in quanto possiamo dire che la luce, invece che illuminare semplicemente, quindi invece che essere unicamente condizione di possibilità per la vista, è, nello stesso tempo, anche vista di per sé, oggetto - se così si può dire, ma è per intenderci - della vista: possiamo azzardare quindi un collegamento tra la Pucill e, anche se attuerà le sue prove diversamente, Brakhage. Ci sembra infatti che, nel momento in cui consideriamo la sperimentazione della Pucill rivolta alla luce stessa e i mezzi usati per - le lenti, le diverse aperture, ecc. - sono, appunto, unicamente mezzi, la sperimentazione non possa che concernere quell'occhio ipotizzato, quell'occhio non educato di cui parlava Brakhage, quell'occhio prima del mondo così come lo vediamo: «Si immagini un mondo prima del "principio era la parola»*. Blind light non tenta di tornare indietro, ciò non sarebbe possibile, semmai - ed è questo che accomuna i due registi - tenta di scandagliare ciò che ci è dato, ovvero una certa immagine, la quale infine scompare, nell'atto definitivo dell'accecamento, affinché possa avvenire una riappropriazione non solo dell'occhio ma della materialità del corpo, dei corpi, che si fanno pura luce, pure occhio e, compenetrandosi con il suono, si incontrano in quel luogo di sperimentazione che è il film stesso. Questo incontro, costituito da un continuo movimento, verso e lontano la luce e, ugualmente, lontano e verso la luce, è ciò che sussite sulla pellicola e ciò che ci fa andare avanti: dobbiamo continuare a scandagliare, a provare, a cercare il possibile, non fosse altro perché è inevitabile farlo, è necessità...  




* Stan Brakhage, Metafore della visione

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