Arc of spring


Avevamo lasciato Robert Todd a un'incomprensibile ridefinizione del proprio cinema con Cathedral (USA, 2014, 21'), radicalizzata poi nel successivo BorderLands (USA, 2015, 13'), coevo di questo Arc of spring (USA, 2015, 11'). In maniera del tutto riassuntiva, ci è parso che la cinematografia di Robert Todd, tutta imperniata su una ricerca di un'esperienza di pura immanenza fondata sull'estrema indecidibilità tra cinema e vita, qual è emersa nel suo capolavoro, Cove (USA, 2012, 7'), tracollasse poi in una schizofrenizzazione - quella di Threshold (USA, 2013, 19') - di chi ha scoperto nell'impercettibile un divenire terrificante, così cosmico da far tremare l'occhio non appena esso s'appoggia su un oggetto definito, formato; da qui, Cathedral è sembrato essere, se non un passo indietro, intimorito, sicuramente una nuova prospettiva da cui guardare il mondo senza, da una parte, restarne fulminati e, dall'altra, incantati: è, questo, l'indugio su cui si costruirà BorderLands, nel corso del quale Todd cercherà quel bordo che non è la soglia di Threshold ma un luogo più compatto ed esteso, concreto se vogliamo, dove l'indecidibilità si permuta in agenti di scelta effettivi ed efficaci, cioè produttori di effetti, quegli stessi effetti che saranno poi costitutivi dei luoghi più comuni e quotidiani. Ora, Arc of spring, lungi dal farsi in relazione a qualsiasi di questi film, ma lungi anche dal dischiudere un nuovo percorso, ammette, di fatto, un accanimento di fronte alla cosa che era impensabile nel 2012, e questo accanimento, ora, trema di qualcosa che non è il terrore di fronte al caos che ineluttabilmente emerge e conquista l'occhio non appena esso mostra una sensibilità diversa, coestensiva alla cosa che si dà nella sua carnalità e, così, attrae lo sguardo: è, piuttosto, tremare di fronte all'immagine. La semplicità con cui la natura si dà alla macchina da presa di Robert Todd, infatti, è inestricabile dall'attrazione con cui la macchina da presa è colta, carpita nel movimento della natura, sicché non si tratta di fare della macchina da presa un ente naturale quanto, semmai, di scoprire la coestensività della natura e del cinema, coestensività che si riassume immediatamente nella spontaneità dell'immagine. Di fatto, non esiste cosa pura ma soltanto immagine di essa, il che non significa che al di là dell'immagine vi sia la cosa bensì che soltanto l'immagine sussista e insista, e ciò non è affatto un favore che la natura fa al cinema - non si creda - ma significabilità dello sguardo come insignificanza di esso, sua più intima insensatezza. Quello che Robert Todd, in Arc of spring, restituisce è la natura più profonda dello sguardo - non un nuovo sguardo ma sguardo illegittimo e perciò ineludibile che affascina il cosmo. Se tutto è immagine, però, lo è nel momento in cui l'immagine è polarità opalescente; infatti, la cosa non solo si dà allo sguardo ma, in quanto centro, fulcro carnale, essa attrae lo sguardo, dunque l'immagine non è altro che il tessuto che tiene strette queste due condizioni tra le quali trascorre l'esistenza, che allora altro non è che esposizione attraente. L'immagine è l'oggetto in quanto ciò che si mostra, e ciò significa che l'oggetto implica subito uno sguardo, il quale è al contempo estraneo e implicito alla cosa stessa; l'immagine, quindi, come solo ciò che esiste è appunto questa riduzione, che tale non è, dello sguardo alla cosa: proprio perché c'è immagine guardiamo, non viceversa, ma anche - e soprattutto - proprio perché c'è immagine allora c'è qualcosa. Sembrerebbe, allora, che l'immagine non richieda altro, per essere, che la carne della cosa, poiché è essa, in ultima istanza, a stabilirla e, con ciò, stabilire un'esteriorità dello sguardo, ma è appunto perché c'è carnalità che s'impone lo sguardo, quasi che esso fosse promanato dalla cosa, richiesto da essa nel modo in cui la carne non può darsi se non esposta, nuda. L'esposizione della cosa, così, viene a essere qualcosa di più profondo della cosa stessa, il che, comunque, non pone in essere alcuna dicotomia tra fenomeno e noumeno. Fenomeno e noumeno si stabiliscono solo nel momento in cui si tratti di concepire la cosa come disparata dallo sguardo o viceversa, ma così non è. Ed è l'immagine, anzi, tutto ciò che r\esiste. L'immagine di Arc of spring, del resto, non dev'essere pensata come esclusivamente visiva; al contrario, la visione si dà proprio laddove c'è qualcosa che resiste, cioè insiste e sussiste, oltre il suono, il quale non è che intercetti, opprima o contrasti il visuale: il sonoro è ciò che giace sotto, attorno, dentro oppure sopra il visivo, il quale, allora, viene a darsi non come resto ma come ciò che il suono non può trattare: i fiori nonostante le auto. Allo stesso tempo, però, e lungi dal sottomettere il sonoro al visuale, Robert Todd mostra come il sonoro derivi dall'immagine nel senso in cui esso è pienamente contratto all'immagine. Il che significa: non si dà suono senza immagine. È come se l'immagine necessitasse di un qualcosa rispetto a cui resistere e che questa resistenza, però, debba farsi tutta internamente a essa, ed ecco la totalità del cinema, il suo carattere assoluto. Non è infatti in gioco, rispetto all'immagine al suono, ciò che era in gioco tra la cosa e lo sguardo? La cosa, in quanto carnale, si dà allo sguardo che attira, in un doppio movimento che non è affatto di sintesi disgiuntiva ma svolto in due tempi solo teoreticamente discernibili. Quello che accade, allora, non è una trasposizione cinematografica delle istanze e dei movimenti tra cosa e sguardo che accadono in natura; semmai, è proprio grazie alla resistenza dell'immagine rispetto al suono che, nonostante il fatto esistano solo immagini, noi possiamo intuire, sotto l'immagine, il movimento palpitante, cosmico, che attraversa la natura e che è appunto quello della cosa come centro carnale che si dà allo sguardo e subito l'attira. Grazie all'immagine noi arriviamo così a guardare il cosmo e sopportare il suo caos (Threshold), poiché, finalmente, ci scopriamo come ineluttabilmente coinvolti in questo gioco d'esposizione e attrazione che disfa le forme, compresa e non ultima quella del nostro corpo, rispetto al quale si ha un'indecibilità radicale, che trascorre tra la sua immagine, l'immagine del corpo, e il corpo dell'immagine. 

3 commenti:

  1. Ma porcaccioddioincroce, almeno questo lo si può vedere o recuperare da qualche parte?

    Il lavoro che fai su queste pagine è meritevole e tutto il cazzo che ti pare, ma sta diventando frustrante leggere di meraviglie che non si riesce a vedere da nessuna parte.

    Te lo dico con affetto eh, ma pure vaffanculo.

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    1. http://www.roberttoddfilms.com/Arc_of_Spring.htm

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  2. "Il sonoro è ciò che giace sotto, attorno, dentro oppure sopra il visivo, il quale, allora, viene a darsi non come resto ma come ciò che il suono non può trattare: i fiori nonostante le auto."
    Bellissimo

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