A subsequent fulfilment of a pre-historic wish


Dopo The fortune you seek is in another cookie (Austria/Cile/Italia/Turchia/USA, 2014, 79'), Johannes Gierlinger realizza un film dedicato alla piuttosto che incentrato sulla figura di Ana Mendieta, A subsequent fulfilment of a pre-historic wish (Austria, 2015, 9'), e non è un caso, anzi è di fondamentale importanza tenere a mente che questa successione che rivelerà un'essenza ben più profonda della mera cronologia; se lì, infatti, si trattava di emergere dalla catastrofe alla ricerca di una felicità che non può darsi se non nel catastrofico che procede la catastrofe, la quale, più che come purificazione, è allora intuita alla stregua di un'ecpirosi tanto necessaria quanto rigenerativa, ora è come se le cose, lungi dal mutare, si torcessero su se stesse, radicalizzandosi, e palesassero così un'esplorazione senza oggetto, un'esplorazione d'esplorazione, quasi che si facesse solo su stessa e per se stessa. In questo senso, la figura di Ana Mendieta assurge alla dignità di eco. Non è solo un documentario, A subsequent fulfilment of a pre-historic wish: è l'eco stesso attraverso cui può farsi nuovamente quella figura, mediante il quale Ana Mendieta è la propria arte, simulacro di un corpo ben al di là del bene e del male. Del resto, Ana Mendieta fu colei che abolì, sul suo corpo, diversi e difficili confini, che segregavano l'arte in se stessa: dall'opposizione uomo/donna (Facial hair transplants) all'opposizione uomo/natura e, più profondamente, natura/cultura (Tree of life), passando per altrettante opposizioni, come ad esempio quella che intercorre tra il corpo sociale e individuale (Mutilated body on landscape), e non è un caso che la sua arte assuma un primo e straordinario valore nel momento in cui ciò che viene a mancare è l'organizzazione spazio-organizzativa dell'opera, la quale, facendosi attorno a un corpo e, dunque, nello spazio illimitato che lo circonda, manca propriamente di confini, di rappresentazione, di finzione contrapposta a una realtà che essa invocherebbe, imiterebbe, e ciò è probabilmente dato dal fatto che Ana Mendieta subì a lungo la violenza dei confini, quelli cubani contrapposti a quelli statunitensi in primis, sul proprio corpo, e l'arte venne per lei ad essere un tentativo di espandere il proprio corpo non per egotismo ma per resistere alla politicizzazione di esso, la quale, quando riavvenne, lo defenestrò uccidendola. L'arte come r\esistenza, quindi, e allora si capisce bene l'importanza di tenere a mente la successione non solo cronologica dei due film di Gierlinger, poiché ora non si tratta più di rinvenire dal luogo della catastrofe, alla ricerca della felicità, bensì di contemplare l'intera storia come una storia di catastrofi, di un'unica e immane catastrofe, e la mossa tanto audace quanto intelligente e straordinaria di Johannes Gierlinger sta appunto nel recuperare la nozione di desiderio come di ciò che è coestensivo al campo sociale (Deleuze/Guattari), quello stesso campo in cui si manifesta, più palesemente, la catastrofe. Desiderio e catastrofe, tuttavia, non vengono fatti qui giocare come due poli contrapposti, e l'invocazione ad Ana Mendieta è centrale in questo senso qui, il che è anche il motivo per cui solo accidentalmente A subsequent fulfilment of a pre-historic wish potrebbe essere considerato un documentario; in realtà, l'opera di Gierlinger è molto più complessa e stratificata e a noi pare doversi intendere più come un proemio, con tanto d'invocazione alla musa, che altro: una musa che è l'arte e che per ciò, eccedendo l'opera singolare, non può che ritrovarsi fuori di essa, e la manifestazione più sorprendente di essa è lei in quanto forza, forza attrattiva, la cui attrazione dell'oggetto singolare fa di quest'ultimo un'opera d'arte. Ora, perché Ana Mendieta? Crediamo, per due motivi fondamentali, emersi chiaramente e naturalmente dal film. Da una parte, l'opera di Mendieta è un'opera che prolifera di linee di fuga, si direbbe che non abbia altro che linee di fuga, nemmeno una cornice. D'altra parte, Ana Mendieta è colei che, spoliticizzando il suo corpo, ha spoliticizzato l'ambiente, il che non significa - sia chiaro - trovarsi in un punto in cui la politica sia ininfluente bensì nell'ambiente in cui la politica è ciò che è esterna all'arte, sua controparte, ed è dunque ciò che l'arte, per porsi, deve abolire nella sua forma più coercitiva e fascista. L'opera d'arte è essenzialmente rivoluzionaria e lo è per questo motivo qui. Se la politica è una questione topologica, di controllo e organizzazione degli spazi, allora l'arte è il caos medesimo, la disorganizzazione organica del corpo, come spazio principe dell'azione politica (il dispositivo foucaultiano), e degli spazi intesi in maniera più generale (ospedali, foreste...), e sono, questi, due definizioni di spazio che nell'opera di Ana Mendieta sono (con)fusi così radicalmente che la loro stessa opposizione appare posticcia: ecco la preistoria del desiderio, che è anche un desiderio di preistoria. Quella preistoria in cui lo Stato era altro, cioè non esisteva, l'estasi del primitivismo di Clastres. In questo contesto, un desiderio nomade, pieno, permeava l'ambiente tutto, ed è stata poi una restrizione statale che l'ha ridotto a nulla. Così, l'arte, in A subsequent fulfilment of a pre-historic wish, viene a essere precisamente quell'intensità pari a 0 in cui il desiderio era l'ambiente, il che, oggi, non può che essere invocato attraverso l'opera, ed è ciò che fa Johannes Gierlinger evocando Ana Mendieta, nei confronti della quale ci fu realmente una politicizzazione della sua arte che la portò alla morte. La politica come ciò che dev'essere superato per la sua natura essenzialmente avversa nei confronti del corpo e dell'ambiente, poiché è essa, in ultima istanza, che impone tra loro una spaziatura irreversibile, ontologicamente piena (e piena di sé, cioè di politica, e nient'altro). «Hai mai perso qualcosa?» diviene infine la domanda cardine, che tiene in piedi la possibilità stessa d'esistere. Porla significa ammettere un dubbio, dubbio che le cose potrebbero non essere così, e Gierlinger è magistrale nel momento in cui scopre che tutto ciò che è andato perduto è proprio l'arte: Ana Medieta, del resto, morì proprio nel momento in cui la politica volle riconoscersi nel suo volto, annullando così tutta l'arte struggente ed eversiva che era in esso.

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