When Leaving Becomes Arriving




L'operazione compiuta da Rebecca Ruige Xu e Sean Hongsheng Zhai in When Leaving Becomes Arriving (USA, 2015, 4') sembrerebbe essere quella relativa ad un lascito di segni su una superficie di registrazione, la quale non fa propriamente da sfondo a questi segni, nel senso che non è qualcosa che precede o determina questi segni, qualcosa che li ingloba circoscrivendone un limitato fascio di possibilità ma, appunto, è unicamente una superficie che serve come piano in cui collocare e rendere visibili questi segni, i quali possono così inscriversi in esso ed essere visibili. Tuttavia questi segni non rappresentano nulla, non rinviano a nulla, non hanno un significato preciso, legato a qualcos'altro a cui dovrebbero rimandare, che quindi dovrebbe essere qualcosa di ontologicamente diverso ma sono qualcosa che vale di per sé e tuttavia non sono dati casualmente ma sono strettamente concatenati ad un altro segno, il quale è di natura diversa, non essendo visivo ma uditivo: la musica del sassofono. Quest'ultima è strettamente influenzante perché determina il segno, il quale però se ne discosta in parte per mano di aggiustamenti dei due autori, Rebecca Ruige Xu e Sean Hongsheng Zhai: è come quindi se il cortometraggio fosse composto su tre livelli i quali, sotto una spinta data dalla loro congiunzione, si dà a noi cercando di stimolare unicamente le nostre sensazioni sì, ma in un modo completamente diverso, perché ciò che vediamo, ciò che si dà nel film, non inglobando la vista in nessun oggetto, è qui preso come un qualcosa di molto simile ad una visione, come se avesse bisogno del film per farsi vedere e la vista si dovesse "accontentare" di qualcosa che non rimandando ad un significante preciso, già dato, si dovesse accontentare delle sensazioni che scatena, non definendo e dicendoci già, in via preliminare o anche se non lo vedessimo, che cos'è, com'è fatto e a cosa serva ciò che è stato visto. Questo però non basta ancora per esaurire When Leaving Becomes Arriving, perché il punto fondamentale non si presenta tanto facilmente concretizzandosi in un darsi di una sensazione, non lo è mai, - che poi, noi stiamo parlando di «una» ma è precisa, vincolata soprattutto dalla musica, la quale, pur nella sua impalpabilità è estremamente concretizzante in ciò che scatena: ciò che scatena è palese nelle nostre manifestazioni corporee, anche minime, così da poter dire che, in fondo, è una delle cose invisibili che più ha effetti concreti sull'uomo - ed il fatto che ciò che vediamo non sia vincolato in una forma precisa significante e l'uso determinante della musica, con ciò che essa scatena, è estremamente fondamentale ed è ciò che il digitale probabilmente può fare con più facilità o che, comunque, ha maggiormente senso fare con esso: perché non cercare di scatenare in chi guarda la stessa cosa registrando la realtà con una videocamera? Ma ciò che vediamo quotidianamente è già troppo frutto di una costruzione sociale per poter dirsi originario e non solo, ciò che vediamo attraverso la videocamera è frutto di una codificazione più che una registrazione: il punto quindi diventa per i due registi quello di mettersi concretamente come fautori di ciò che vediamo, costruendo quello che si andrà a vedere, sfruttando il Processing e il Max/MSP come terzo elemento creatore. Ciò che risulta nulla ha a che fare con la materialità della realtà così come la vediamo e tuttavia ci è in qualche modo familiare, in quanto i tratteggi ed il suono palesano ciò che intendono comunicare come se fossero delle scatenanti primitive e questo è esattamente l'ignoto, qualcosa che avviene in un interstizio che supponiamo tale, qualcosa che sta tra ciò che precede e ciò che succede l'immagine: solitamente, anche se non lo vediamo, quest'interstizio è il nero ma mostrare il nero rinvierebbe già a qualcos'altro, ad una teoria dei colori che ci precede, che lo collega alla morte e via dicendo, pensando che davvero la morte sia una mancanza di vita, dunque il nulla del nero e invece no, la morte è semplicemente un altro modo di esistere. Ecco che allora ciò che fanno i due autori sembrerebbe quello di dispiegare ciò che si ignora, più che ciò che ci manca ma ciò che ignoriamo è unicamente ciò che verrà e tuttavia ciò che verrà è almeno progettato, perché progettare è sì per il futuro ma significa già, nel presente, iniziare a prendere una strada: è esattamente quel momento di attesa in cui giriamo la pagina per iniziare il capitolo di un libro, leggiamo il suo titolo, sappiamo che ciò che conosciamo non è abbastanza per prevedere ciò che succederà e quindi siamo come sospesi: When Leaving Becomes Arriving non si libera forse totalmente della rappresentazione per poter parlare di un ignoto puro, è quasi ancora un po' rassicurante nel suo intento, eppure imbocca questa strada, che è la strada più sincera per un digitale che ha bisogno di trovare il suo modo di fare cinema.


Nessun commento:

Posta un commento