Wake








Il film inizia con una lettera di reclamo per disturbi alla quiete pubblica, con un vicino stizzito per la musica troppo alta e non di gradimento, quel rock-and-roll che, generalmente, si mal associa con il buon vicinato, ora che ormai siam tutti schiacciati come topi da laboratorio e i segreti, i litigi di casa, non sono più tali, perché inevitabilmente si sente tutto anche se si fa finta di non aver sentito. Poi, la dichiarazione d'amore di un padre sotto la stessa lettera, la quale poco ha a che fare con il compito designato al padre dal freudismo, istanza paterna per nulla castrante, anzi, accogliente ed, infine, più nulla, o meglio, un tentativo di materializzare lo spirito attraverso la luce. Il padre è morto e questa morte non si vede, non si può vedere, non solo nel corpo ma neanche nella cenere e per rimarcare questo la cenere è resa in Wake (USA, 2014, 8') estremamente viva, una cenere che afferma la sua esistenza, afferma di esistere, di essere vita anch'essa: le ceneri del padre non prendono qui il suo posto, non s'assomigliano, si impongono infatti come differenti e tuttavia corrispondono al padre. Eric Stewart compie un gesto importante nella sua inconsuetudinarietà, perché non si sente finalmente libero dalla sua legge e non cerca di scongiurare il suo ritorno uccidendolo, simbolicamente, atto di cinema che sarebbe troppo vicino a mere astrazioni, masturbazioni intellettuali, anzi e se vogliamo, all'opposto, con Wake, Stewart dà nuova vita al padre e nel dargliela non compie un atto da padre del padre - non ricadiamo nella trappola psicanalitica che vede in continuazione rapporti di subordinazione o introiezioni/proiezioni strane - ma utilizza la luce solare come mezzo per farlo, creazione non antropomorfa ma che utilizza la materialità della pellicola e l'intangibilità della luce per nascere. Sì, perché la tecnica usata in questo cortometraggio prevede la luce solare, la quale è qui importante non per la sua forza di inscrizione sulla pellicola, o meglio, anche ma non si riduce a questo perché lo stesso Stewart sottolinea un carattere fondamentale di Wake, che riguarda lo spazio tra la cenere, il buio nell'immagine, il quale è il buio su cui poggia la cenere stessa, un buio che mostra il non senso di tutto, come se, appunto, non poggiando la cenere su alcuno sfondo, si sottolineasse il carattere di non legame tra i pezzi di cenere. È qui il punto fondamentale del film, perché mentre prima, quando il padre era ancora in vita, si poteva presupporre ancora l'esistenza di un'unificazione tra le parti, tra i vari pezzi che formavano il padre, unificazione resa possibile per il corpo del padre, non spezzettato ma intero, che potrebbe alludere e confondere nel pensare ad un'unità, ora tutto questo, dopo la cremazione, non è neanche più supponibile, perché la cenere non forma un'unità. Sarebbe aberrante prendere le ceneri e con dell'acqua tentare di ricomporre il corpo, dandogli una forma e questo non solo dal lato pratico della cosa (che tuttavia può essere anche superato) ma soprattutto perché aberrante è unificare i pezzi, i quali scivolano da tutte le parti, eternamente in fuga: è grazie al cinema che il corpo ora ci mostra i suoi pezzi slegati, continuamente riproposti in un movimento senza scopo, che ci rende afasici di fronte all'attualizzazione di una vita non più determinata ma finalmente una vita. Non viene presentata alcuna spiritualità in Wake, non c'è infatti uno spirito che si libera dal corpo defunto ma è presente invece la corporeità resa il più onestamente possibile e non ci stupiamo se questa possibilità ce la dà il cinema, luogo in cui il corpo e dunque la vita possono manifestarsi liberi da un'istanza unificatrice, liberi di essere eternamente in un flusso, anzi, si danno a noi come flusso loro stessi... 

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