Vertières I, II, III


Vertières I, II, III (Brasile, 2014, 10') è davvero uno dei film più belli degli ultimi anni e questo per la forza liberatrice che emana da tutte le parti, che è ovunque, in ogni singolo fotogramma, perfino nelle scene in cui le bambine pregano, o sorreggono la bandiera, perfino tra le rovine di una chiesa, perché quello che ci sembra fare Louise Botkay è imminentemente un gesto politico piuttosto che etnografico, che ha a che fare con il compiere una specie di taglio nei nostri corpi, che fa sì che da queste ferite ne possa fuoriuscire un flusso dirompente, puro movimento liberatorio attraverso le immagini. Non è l'utilizzo dell'infanzia a darci quest'impressione, nella convinzione, peraltro erronea, che questa sia il periodo della libertà, anzi, sappiamo bene quanto il loro anarchismo sia fondamentalmente manipolabile, perché proprio di chi deve dipendere dagli altri e che tutto assorbe e fagogita, senza limiti, soccombendo, infine, alla legge: l'infanzia è qui sapientemente scatenata dalla Botkay nella sua parte più strettamente legata al gioco nella sua accezione più vicina al desiderio, forza creatrice e distruttrice insieme, una disgiunzione quindi positiva, che contempla entrambi i termini senza annullarli e che fa dunque del gioco-desiderio ciò che rende possibile continuare a scatenare la dinamicità, il movimento, insomma il flusso della vita, che coesiste strettamente con il film stesso, il quale sembra fatto non solo di materia ma di sogno. Se proviamo a pensare agli adulti, all'adulto del capitale quindi, il borghese, il gioco non è gioco, non è desiderio, ma passatempo, intrattenimento, svago, insomma, un ritaglio di tempo, qualcosa che ha dunque strettamente a che fare con una mancanza, con l'«al di fuori del lavoro», sempre implicando il lavoro come misura e dunque il non-lavoro implica il lavoro, non si è mai al di fuori di esso. Lo schizofrenico, semmai, possiamo dire che è davvero al di fuori di esso. Ed il bambino? Quest'ultimo, secondo alcuni psicologi, utilizza il gioco, anche, come simulazione dell'adulto, dei suoi ruoli, fa cioè delle prove (la bambina che gioca a fare la mamma, la moglie, ecc.), dunque il desiderio di desiderare qualcosa che ci sarà, che ora manca ma che è già progettato dalla famiglia, senza dimenticarci però che questa è strettamente vincolata dalla comunità, oggetto dell'investimento di desiderio. Arriviamo al punto in cui possiamo slegare una delle potenze di Vertières I, II, III, ovvero mostrare un fascio di possibilità altre, in cui il gioco-desiderio non è simulazione, bensì è la corsa senza meta, corsa del desiderio errante, che non desidera ciò che manca e che non manca di desiderare, in cui c'è necessità della corsa e questa necessità la vediamo riflessa sullo sguardo, che fissa la videocamera e ci pone nella situazione particolare di essere come guardati dal film. Facile da criticare come un qualcosa legato ad un'etnografia spicciola, il film della Botkay nulla ha a che fare con questo e con noi, che continuiamo ad essere delusi e disillusi, che non crediamo ad alcuna liberazione: non significa infatti che ad Haiti abbiano trovato la libertà, perché è evidente dal film come la liberazione passata abbia poi implicato la sottomissione ad un'altra dittatura, più subdola, ma la cosa fondamentale in questo cortometraggio è cogliere la liberazione non nella libertà ma nella chiesa distrutta, nella scuola, nella bandiera, nella natura: liberazione come processo, non come fine raggiunto, che si coglie mentre si svincola, mai nella sua attualizzazione. Cinema che probabilmente va esperito esattamente nei minuti del film, non di più: non sono minuti cosiddetti d'aria, che quasi rimandando al carcere, solo, presi come siamo in maglie così strette, non ci rimane, pessimisticamente se vogliamo, che questo, pochi minuti di liberazione... La liberazione è movimento, non è un atto posto, già compiuto, non è libertà: ecco, se Vertières I, II, III riuscirà ad ispirarvi questo, ritenetevi fortunati e, in fondo, non si sa mai che il cinema, così onesto - anzi, quasi sicuramente -, non lasci traccia...

2 commenti:

  1. Il minuto d'anteprima su YT mi ha colpito in maniera deflagrante se comparato a tutto ciò che ho visto negli ultimi anni (film di merda - senza mezzi termini).

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    1. Sì, diciamo che questo è molto "per conto suo", anche rispetto a diverse cose sperimentali nel cinema etnografico...

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