The letters (Las letras)

L'ultimo film di Pablo Chavarría Gutiérrez, Las letras (Messico, 2015, 77'), è qualcosa di più del classico film contemplativo e non è affatto un esercizio di stile: è, semmai, un film pieno di protesta, di senso rivoluzionario, di incontenibile e ammaliante estasi anarchica, ed è per questo che, di fatto, non regge. Non regge perché non può reggersi, non può dirsi senza spiazzarsi, cancellarsi, offuscarsi, ma anche espandersi, uscir di sé, recuperando quel senso che, alla fine di tutto, è cenere. «Il y a là cendre» (Derrida), ma questa cenere non ha senso se non per ciò che cancella e che, comunque, impera sotto e al di là di essa, perché un fuoco c'è stato e un fuoco s'è spento, e ora c'è la cenere, che continua, ostensivamente, quel fuoco. Il fuoco che, nel giugno del 2000, terminò la vita e il fascismo di diversi poliziotti, vicino al municipio di Simojovel, nel nord del Chapas, ma anche il fuoco che condannò a sessant'anni di reclusione Alberto Patishtan, di etnia tzotzil, e anzi è proprio questo fuoco tutto ciò che che la cenere, e cioè proprio Las letras, non riesce a spegnere, non può cancellare; il film di Pablo Chavarría Gutiérrez, infatti, lungi dal palesarsi come una sorta di indagine sugli accadimenti appena menzionati, enuclea in sé quella forza, quelle intensità che storicamente s'attualizzarono nella morte dei poliziotti, nella condanna dell'indigeno, e la enuclea a tal punto da farsi, piegandosi e dispiegandosi, propulsore di quella medesima forza, che, allora, è veramente ciò che letteralmente muove, fa e spiega il lungometraggio del messicano, un film costituito dalle pieghe più ambigue, tra le quali la macchina da presa si muove ora come in quel film in cui Antonioni cita la morte pomeridiana di Bazin ora in maniera più forsennata e schizofrenica, fino - addirittura - a capovolgere l'inquadratura e a non giustificare questo capovolgimento, poiché esso è regolato da norme immanenti all'immagine che restituisce. Ed è questo, il punto: Pablo Chavarría Gutiérrez non adotta diverse soluzioni stilistiche, non si fa portatore di un cogito cinematografico da riversare e attualizzare nella pellicola; semmai, egli fa in modo di disfare il proprio cogito, di dare la macchina da presa in mano alla terra e al tempo, sì che essi si costituiscano cinematograficamente - e lo facciano di per sé. Una sensazione forte, che promana già durante i primi minuti di visione, è di trovarsi di fronte a una pellicola impossibile, poiché non c'è centro, solo un continuo decentramento, infinite diagonali, linee di fuga che si protraggono man mano che il minutaggio si srotola; su tutto ciò, infine e continuamente, le lettere dal carcere dall'ennesimo Gramsci - e questa sconfortante, destabilizzante e inquietante sensazione che non sarà la fine. La fine, anche quella, non arriva, e allora non è più sufficiente capovolgere l'inquadratura, è necessario mostrare come il mondo stesso sia marxianamente capovolto, come sia impossibile destreggiarsi in un sistema di punti stocastici che il sistema, corrotto, continua a confondere e accumulare: com'è possibile, allora, il cinema? È una domanda a cui non c'è risposta, e Pablo Chavarría Gutiérrez, questo, lo sa bene, quando adopera il cinema per bucare la prigione ma non solo, anche la foresta, i volti, gli animali, gli edifici, continuando non a scoprire spazi ma a spazializzare, facendo così in modo che le lettere dalla prigione, da una parte, siano un'eco di ciò che c'è intorno ma anche, e soprattutto, che pure in questo d'intorno sia trapassato dalle parole espresse e impossibili da racchiudere in quelle lettere, ed ecco, forse, un tentativo di soluzione, un barlume di consapevolezza, un cinema nonostante il fascismo imperante, perché il cinema è possibile solo come atto di resistenza, e Las letras lo è appieno.

22 commenti:

  1. una domanda:come posso vedere questi film di cui ragioni con tanto acume??

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    1. Però tu non vaghi per i festival...

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    2. Compensa il fatto di avere il blog di cinema più figo di tutta l'internet.

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    3. Capito.
      Se la domanda non è troppo indiscreta, ti contattano direttamente le varie parti interessate per sottoporti i film? Viceversa? O dipende dal caso specifico?

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    4. Dipende. Di solito li chiedo io, ma ormai capita pure che me li inviino da sé i registi.

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    5. Ok, grazie mille per la risposta.

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    6. "Compensa il fatto di avere il blog di cinema più figo di tutta l'internet"

      BOOOOOOOOOMMMM!!!!

      Anonimo metti giù quel libro di Faulkner e intervieni perdio

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    7. Non toccarmi Faulkner, porcoddio.

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    8. Potrai anche non crederci, ma piace anche a me. Almeno i due che ho letto: Assalonne e l'urlo e il furore

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    9. Di Faulkner va letto TUTTO.

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    10. E questa volta, nonostante la vostra stupida passione per quel pirla di King, siamo d'accordo.
      Marco, ha persino ragione il nostro padrone di casa quassù quando dice che Faulkner va letto tutto, tu comunque ricomincia da "Mentre morivo".

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    11. Gli spiriti mi suggeriscono che Marco e Anonimo siano la stessa persona, e, non fosse per Faulkner, sarei anche disposto a creder loro, tanto il livello culturale è quello...

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    12. Ma ti pare che se non fossi così pigro e decidessi di usare un nickname sceglierei un nome del cazzo tipo Marco (oppure Francesco)?
      Comunque, le voci mi suggeriscono che in realtà questi commenti te li scrivi da solo. O meglio, me li scrivo da solo. Mi sento tutto immanente!

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    13. Sono perfettamente consapevole che il mio senso dell'umorismo faccia acqua più o meno ovunque, ma mi sembrava palese fosse una battuta, la mia...

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    14. Confermo Yorick, il tuo senso dell'umorismo è terribile -ma questo già si sapeva- e sottolineo che io con "Mister sono pigro e non ho voglia di pigiare dei tastini per mettere un nick" non c'entro nulla. Siamo due entità diverse e intangibili

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    15. Tu sfugge la parte in cui, a latere di ciò, mi chiedo a me che me ne cali, di chi siate...

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    16. Fa tutto il burbero, ma in realtà ci vuole bene. Quasi quanto vuol bene a se stesso.

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    17. Sei tu che hai posto il problema, mica noi...

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  2. Appena finito.
    Grazie.
    Devo ancora mettere a fuoco quanto quanto vis(su)to, ma credo sia uno di quei casi in cui si fa fatica poi a interagire nuovamente con la banalità delle persone che riempiono la vita comune, a volte il cinema mi fa sentire un previlegiato, una specie di inutile veggente che per tot minuti riesce a porre il suo sguardo oltre, e Las letras penso che sia capace di provocare ciò. Deve ancora fermentare e salire, però la vibrazione che sento dentro è davvero forte.
    Grazie ancora e grazie a Chavarría Gutiérrez.

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    1. Già. Certi film in particolare riescono davvero a rigettarti nella quotidianità colla consapevolezza che c'è dell'altro oltre alla patina di mediocrità che vela tutto e sprofonda pressoché chiunque. Fa piacere che anche per te questo film abbia fatto una cosa simile.

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